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Gonconda, di René Magritte, 19534 settembre 2006
Il rapporto tra padre e figlio in letteratura: l’intervento della psicoanalisi
Al giorno d’oggi è quasi impensabile poter analizzare i rapporti che si instaurano all’interno della famiglia in modo del tutto indipendente dagli aspetti psicologici e psicoanalitici, che ne caratterizzano di fatto l’evoluzione nel tempo. Questa coscienza si venne già a sviluppare nei primi anni del Novecento, in cui le sensazionali e innovative scoperte di Freud aprirono agli uomini un universo del tutto sconosciuto, quello dell’inconscio. Con Freud si viene a rovesciare inoltre la concezione del bambino, visto fino ad allora come simbolo di innocenza e purezza, e ora “condannato” dalla nuova prospettiva freudiana ad una dimensione che lo vede come perverso polimorfo. E’ il complesso di Edipo a provocare una forte reazione nel panorama culturale europeo, che vede il bambino già in forte contrasto con i genitori fin dai primi anni di nascita: “…già da piccolo il figlio comincia a sviluppare un’affettuosità particolare per la madre e ad avvertire nel padre un rivale che gli contrasta questo possesso esclusivo: e allo stesso modo la figlioletta vede nella madre una persona che disturba il suo affettuoso rapporto con il padre”. Queste conclusioni sono supportate ulteriormente circa dieci anni più tardi da Horkheimer, che mette in forte risalto l’influenza dell’autorità paterna e materna nel figlio, cogliendone la forte drammaticità: “…i rapporti del bambino con i genitori condizionano la mancanza di autonomia, il profondo senso di inferiorità…”. Tutto ciò sta a significare la profonda consapevolezza che già agli inizi del Novecento si viene a creare nei confronti dell’influenza dei rapporti psichici tra genitori e figli, dando così l’occasione alla letteratura di interessarsi sempre più all’interiorità umana, soprattuttonell’ambito dei rapporti familiari. Venne così alla luce uno dei temi fondamentali, portato con vigore sulla pagina letteraria : il rapporto padre-figlio.
Del resto anche Freud e lo stesso Horkheimer non nascondono che le scoperte psicoanalitiche abbiano profondamente influenzato il panorama culturale, così arricchito da nuovi invitanti spunti: “…è interessante notare che il complesso edipico abbia fornito all’arte drammatica una ricca tematica in infinite varianti”… “…l’accentramento dell’intera vita psichica intorno al concetto di ordine e di subordinazione condizionano anche le produzioni culturali degli uomini”.
Ora, è difficile capire se solo grazie alla psicoanalisi il rapporto padre-figlio sia esploso nel panorama sociale e culturale europeo, tuttavia è indubbio che solo dopo gli studi di Frued questa problematica abbia avuto ampio respiro nella letteratura abbracciando campi vastissimi e differenti, passando dal romanzo alla poesia, in un impegno verso il tema di fatto senza precedenti. In questo senso le esperienze biografiche dei singoli autori hanno avuto grande importanza: essi, sollecitati dalle nuove teorie scientifiche, hanno sentito il bisogno di dare sfogo alle proprie paure, ai propri sentimenti, nei confronti di un padre sempre sentito come forza insormontabile. E’ il caso di Kafka, che vedeva nella figura paterna una barriera impenetrabile, una forza inaudita, capace solo di confinarlo nella dimensione dell’inettitudine: “..come padre eri troppo forte per me”. Ed è questo il dramma che un figlio viene pian piano a consumare, percependo un “profondo senso di inferiorità” (Horkheimer), che lo colloca nella dimensione dell’”abbozzo”, ben interpretata a livello figurativo dalla pittura surrealista di Magritte in “Gonconda”: uomini tutti uguali stanno sospesi in uno sfondo stilizzato e immobile, esasperando la condizione di nullità dell’uomo moderno in un eterno vagare nell’inettitudine e nella noia della quotidianità. Ma la figura dell’”abbozzo”, dell’uomo incapace di ogni azione e profondamente segnato dal senso di colpa, trova la massima espressione ne “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, un autore profondamente segnato dall’esperienza freudiana, sia in ambito strettamente culturale che sul piano umano. L’episodio dello schiaffo, motivo-chiave dell’intera opera, è permeato da una profonda analisi psicologica in cui si risente fortemente dell’influenza di Freud: “mi si contrasse il cuore dal dolore della punizione ch’egli aveva voluto darmi…piangendo come un bambino…aggiunsi la promessa di non farlo più”. Il conflitto padre-figlio, si protende così in Svevo fino all’età adultà, conservando però ancora i segni del processo infantile, cosa che del resto avviene anche in Saba, dove giovinezza ed età adulta si confondono nel medesimo sentimento malinconico e allo stesso tempo pieno di rancoreverso la figura paterna : “Mio padre è stato per me l’assassino…aveva in volto il mio sguardo azzurrino/ un sorriso in miseria dolce e astuto”. Tuttavia nel poeta triestino, questa tendenza all’introspezione e all’attenzione ai rapporti umani in chiave psicologica era emersa ancora prima della piena conoscenza di Freud, tanto da venir etichettato da alcuni critici “psicoanalitico ancor prima della psicoanalisi”. Ciò rende testimonianza del fatto che forse il tema del rapporto tra figlio e genitore non era del tutto sconosciuto, anzi forse era ben presente nella mente di chi cercava da sé una dimensione più spirituale e mostrava una certa sensibilità, magari legata a precise esperienze biografiche che da sole bastavano per una tale sensibilizzazione. Quest’ultima d’altro canto, è stata poi certamente ampliata dall’intervento freudiano, che ha proiettato il tema su scala vastissima, soprattutto fondandolo su presupposto scientifici e in seguito comprensibili a molti.
A supporto di quanto detto non va dimenticato che lo stesso Pirandello non conosceva gli studi freudiani così bene come Svevo, egli tuttavia mette in scena congrande consapevolezza la presenza di conflittualità all’interno del nucleo familiare, attraverso situazioni paradossali ed espressioniste, nelle quali “la famiglia non è più luogo di valori, ma sede di tensioni angosciose, di conflitti meschini e piccole miserie” (Luperini). Basti pensare ad “Uno, nessuno e centomila”, dove il rapporto tra Vitangelo e il padre fà da filo conduttore di tutta la vicenda e ne costituisce la sua drammaticità, pur attraverso quel velo di umorismo che ne smussa gli aspetti più crudi: “Notare com’alcunchè d’osceno che ci mortifica, laddove è il padre per noi che si rispetta”.
Da quanto detto risulta evidente che l’emergere di un tema di così larga portata non può sicuramente prescindere del tutto dal contributo freudiano, ma resta indubbio che ciò che il padre della psicoanalisi ha fondato scientificamente era già presente con grande problematicità nella mente e nella vita degli uomini, che forse non ne hanno saputo cogliere gli aspetti con chiarezza proprio per la grande difficoltà che il tema comporta. Il fatto quindi che a livello letterario il rapporto padre-figlio si sia sviluppato solo dopo le scoperte freudiane non deve sbilanciare troppo la questione verso un punto di vista scientifico: è l’uomo stesso a sentire la necessità ontologica di porsi certe domande, la difficoltà sta nel considerarle con lucidità e chiarezza, specie se si tratta di questioni complesse e fuorvianti.
Francesco De Stefano

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