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Estera | Italiana
Asse saudita-israeliana contro Teheran
[01/04/2007 21.13]
Il premier israeliano Olmert apre a tutti i Paesi Arabi per una soluzione sulla crisi israelo-palestinese. Non è la prima volta che notiamo un’apertura così diretta ai negoziati anche se fa sempre scalpore constatare come un piccolo Stato sia sempre al centro del dibattito geo-politico mondiale.
Israele ci prova. La bozza predisposta a Riad, nell’ultimo summit dove era presente la delegazione palestinese è uno stralcio di quello che è uscito dall’ultima riunione della lega araba dove sostanzialmente il tutto si è risolto con un nulla di fatto.
La proposta, interessante perché propone un riconoscimento dello Stato ebraico da parte di tutte le nazioni arabe in cambio di uno Stato palestinese sui confini del ’67, non ha, nella forma attuale, nessuna possibilità di decollare.
La Lega Araba non ha infatti introdotto il minimo accenno ad aperture o negoziati per modificare le parti del piano basate sul diritto al ritorno dei profughi palestinesi in Israele e sull’immutabilità dei confini del ’67. Questa versione è appunto quella originale del summit del 2002 dove ancora i sauditi si sono proposti mediatori e hanno avanzato una serie di punti da far approvare alle parti in causa.
Un revival dei confini al ’67 è inaccettabile da parte di Tel Aviv, e questo lo sanno anche i paesi arabi.
Israele sa anche che il rinvio senza decisioni sulla questione con la Siria per le alture del Golan, rappresenta lo scontro diplomatico tra i sauditi e il regime di Damasco, alauita, e deciso quest’ultimo ad accogliere le proposte di Teheran piuttosto che quelle di Re Abdullah.
Tra mille problemi e incomprensioni si riconosce comunque uno sforzo di Riad di tornare al centro della scena politica dopo una stagione di insulti e scontri sull’asse Israele-Libano-Iran. Il ruolo che in queste ore sta cementando nell’opinione pubblica Teheran preoccupa l’Arabia Saudita, che vede in questo braccio di ferro con l’UK, e in genere contro la comunità internazionale, un tentativo di accreditarsi come il possibile timone per una rivolta araba contro l’invasore occidentale e gli infedeli. Da qui nasce lo sforzo per una pace in Palestina, dove si è cercato di ricucire il rapporto con Hamas, ormai entrato nell’orbita di Teheran, e dall’altro lato di tentare di porre un freno, per ora abbastanza efficace, a un’escalation di guerra civile che continuava da mesi tra le fazioni di Al Fatah e Hamas. Il governo di unità nazionale in terra santa è frutto dell’intenso lavoro diplomatico di Riad, e parzialmente Israele ha visto di buon auspicio l’introduzione nell’esecutivo di uomini di Al Fatah, pur non riconoscendo la guida del primo ministro di Hamas. Il ruolo di primo piano saudita è ben condiviso dai paesi arabi che più di altri si battono per una pace nella regione e in particolare la Giordania, il Marocco e l’Egitto.
Nelle intenzioni di Riad c’è il fatto che risolta la questione palestinese si potrà pensare con più calma al Libano, all’Iraq, e perché no, trovare una soluzione sull’Iran. Da segnalare infatti sulla questione del nucleare, l’apertura della Lega Araba all’uso civile, cosa che di fatto ha aperto la partita all’energia nella regione, nel caso di completamento delle centrali da parte dell’Iran.
Il ruolo saudita quindi è un ruolo che vuole per forza di cose essere di primo piano, e anche per questo che pur aprendo, Olmert andrà in punta di piedi, perché a Tel Aviv conosco la capacità di ribaltamento delle questioni tra i paesi arabi, dovuta a tensioni interne, che troppe volte hanno fermato i negoziati.
Rimane il fatto però che l’appello indistinto a tutti i paesi arabi è indice di apertura tentando di andare oltre questi conflitti interni agli arabi, pur sapendo che le accoglienze saranno respinte a Teheran e a Damasco. Qualora però ci saranno eventuali sbocchi che vadano oltre la dialettica di merito si tratterà di vedere chi ci sta e chi non ci sta. In quel caso l’obbiettivo congiunto saudita-israeliano non può che essere quello di isolare completamente Teheran mettendo all’angolo una mina vagante che minaccia giorno dopo giorno gli equilibri in medio Oriente.

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