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23 marzo 2007 Le radici della crisi del Darfur La volontà di Khartoum, di mantenere il controllo sul Paese ha radicalizzato i conflitti attorno alla suddivisione del territorio. La crescente concorrenza per possedere la terra e l'acqua, in una regione colpita fin dagli anni settanta da siccità ricorrenti, è una delle ragioni della crisi del Darfur. Questa ha messo a dura prova il fragile equilibrio tra i gruppi, causando la moltiplicazione dei conflitti tra le comunità di agricoltori neri (etnie Fur, Massalit e Zaghawa) ed i gruppi di pastori nomadi, per lo più arabi.
L’attivismo del Raggruppamento Arabo I conflitti, finora abbastanza localizzati, assumono l’aspetto di una pulizia etnica sistematica. L'elemento scatenante di questa radicalizzazione è la nascita, nel 1987, del Raggruppamento Arabo. Composto da "intellettuali" e da capi politici, il Raggruppamento sviluppa un'ideologia apertamente razzista, che attribuisce "alla cultura araba" il “compito di civilizzare questa regione”. Rimprovera inoltre ai governi di Niemeiry e di Al Madhi di avere nominato neri ai posti di comando nel Darfur. Infatti, i combattimenti che scoppiano tra il 1987 ed il 1989 si polarizzano per la prima volta tra "Arabi e non Arabi", attraverso l'alleanza di ventisette tribù arabe e la comparsa delle milizie Djindjawids (miliziani al soldo del governo centrale). Col passare degli anni, il Raggruppamento Arabo dà prova di un intenso attivismo militante nel Darfur e a Karthoum, al punto che, anche all’interno del partito al potere, il Partito del Congresso Nazionale (PCN), si alzano voci di condanna. A fine 2003, centoundici rappresentanti del PCN nel Darfur, si preoccupano "della manipolazione nelle istituzioni del partito da parte di un gruppo di suoi membri per raggiungere gli obiettivi per creare un'organizzazione razzista che combatta per la divisione del Darfur secondo linee razziali"...
Le manipolazioni del governo. Invece di prendere le distanze dai radicali, il governo copre questi sbandamenti razzistici e si appoggia a loro. Così, nel 1994, instaura una nuova divisione amministrativa del Darfur, il cui risultato sarà solo quello di frammentare le regioni abitate dai neri, aumentandone la loro esclusione. D'altra parte, la volontà di attribuire le suddivisioni amministrative alle tribù fa si che la tribù sia il referente istituzionale legittimo, in particolare per risolvere le controversie attorno alle terre. Infatti, un esempio di questa politica tesa a favorire le tribù arabe, è l'attribuzione a quest’ultime di cinque delle tredici unità amministrative situate sulle terre Massalit, e ciò causerà tra il 1996 ed il 1998 un nuovo eccesso di violenza.
Le sfide politiche interne. Anche le sfide di politica interna sono una componente di questa radicalizzazione del potere. Alle elezioni del 1986, durante il breve periodo di democrazia, il Darfur ha in maniera massiccia votato per l’Umma (movimento della comunità dei credenti), attualmente all'opposizione. Questo partito, come del resto il Partito Comunista, ha influenzato ideologicamente uno dei due movimenti ribelli del Darfur, l'Esercito di Liberazione del Sudan (SLA), nato nel febbraio 2003. D'altra parte, i legami mantenuti tra i ribelli del Darfur, principalmente il Movimento per l'Uguaglianza e la Giustizia (MJE) ed Hassan El Tourabi, guida spirituale della dipendenza islamica sopranazionale, è un elemento avanzato da Khartoum per rifiutare di negoziare. Tourabi, membro fondatore del regime islamico, è entrato in conflitto con il capo dello Stato sudanese, che lo ha imprigionato tra 2001 e 2003 ed egli, per allargare la propria base di consensi politici, ha quindi preso la difesa degli interessi delle comunità nere del Sudan, con la pubblicazione del “libro nero”.
Negoziati con il Sud. Ma è soprattutto la volontà del governo di accaparrare le ricchezze del paese a vantaggio di una piccola élite centrale e quindi a scapito delle zone periferiche, che spiega meglio la radicalizzazione del conflitto. Era stata già questa logica a trascinare nel 1983 Khartoum in una guerra sanguinaria nel sud del paese contro l'Esercito Popolare di Liberazione del Sudan (SPLA). Motivato soprattutto dal controllo del petrolio scoperto nel 1980, questo conflitto ha prodotto 1,5 milioni di morti. Ma sotto la pressione della comunità internazionale Khartoum è costretto a negoziare. Le discussioni che si aprono nel 1994 lo costringono a modificare il proprio atteggiamento. Così si giunge agli accordi tra il governo e lo SPLA, che stabiliscono la divisione del potere e delle ricchezze. Limitati però ad un dibattito nord-sud, questi negoziati hanno portato altre regioni a sentirsi escluse e quindi a volere prendere le armi per partecipare a loro volta alla “divisione della torta”. È questo il caso dei gruppi ribelli del Darfur. Inoltre, quest'ultimi hanno il sostegno del SPLA, che, a sua volta, se ne serve per aumentare la pressione sul governo centrale. Ma per Khartoum non è possibile rimettere in discussione il dominio del potere centrale sul paese ed estendere ad altre regioni la logica di divisione conclusa con il Sud.
Insistendo sul successo dei negoziati nord-sud e rifiutando inizialmente di considerare l'ampiezza e la profondità della crisi nel Darfur, la Comunità internazionale, con gli Stati Uniti in testa, ha lasciato le mani libere a Khartoum per condurre la sua guerra nell'Ovest del paese. Il disastro umanitario attuale sembra finalmente aver fatto uscire questo conflitto dal suo letargo. Anche un paese come la Francia, tradizionalmente vicino al governo sudanese, si aggiunge ormai al coro delle pressioni. Ma per gli abitanti del Darfur buttati fuori dai loro villaggi in seguito alle violenze dei Djindjawids è già troppo tardi; infatti dal 2003 il conflitto ha causato lo spostamento di oltre un milione di persone. Gli Djindjawids non hanno mai smesso di assaltare villaggi, uccidere, violentare, bruciare capanne. La maggior parte delle ONG reputa credibile la cifra di 400.000 morti fornita dalla Coalition for International Justice. E nulla garantisce che il governo sudanese, così abile nel fare dichiarazioni di buone intenzioni, disarmerà poi, come promesso, le sue milizie e lascerà spazio all’organizzazione degli indispensabili aiuti umanitari.
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