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I sistemi elettorali: spartirsi la Grande Torta
[19/03/2007 13.03]
Il problema della Democrazia è un problema di rappresentanza. Lo strumento che l’ordinamento utilizza per tradurre il voto degli elettori in seggi al Parlamento è il sistema elettorale. La prima cosa da stabilire nel delineare l’assetto del sistema è quanta scelta dare all’elettore: questa può essere categorica (una sola scelta secca, un solo candidato, una sola croce) oppure ordinale (l’elettore indica due o più candidati, quando il primo della lista ottiene un numero sufficiente di voti per essere eletto non si contano più le preferenze in suo favore e si passa al secondo e via discorrendo).

A questo punto occorre stabilire le dimensioni del collegio elettorale e qui si può decidere di considerare tutta la Nazione come un unico, grande collegio unico (che servirà per assegnare tutti i seggi) oppure frammentare il territorio prevedendo più collegi. A prevalere nelle moderne democrazie (fanno eccezione Israele e Olanda) è la ripartizione in più collegi, poiché per motivazioni storiche e per ordine pratico ogni realtà locale si aggrega diversamente alle forze politiche presenti nel Paese. Le circoscrizioni elettorali divise in più collegi posso prevedere l’elezione di un solo candidato (collegio uninominale) o due o più fino a raggiungere la totalità (collegio plurinominale). È facile comprendere che il numero di seggi attribuiti nei collegi è un problema molto sentito in un contesto ad alta frammentazione partitica come quello italiano: infatti se un collegio assegna due o tre seggi si può presumere che solo le grandi forze partitiche ne beneficeranno, mentre se invece (per esempio) ne vengono assegnati venticinque le probabilità dei piccoli partiti di conquistarsi il posto siano nettamente più elevate.

Il terzo elemento da considerare è la formula elettorale, cioè il meccanismo vero e proprio attraverso il quale vengono distribuiti i seggi in palio. Anche qui le strade sono due: maggioritaria o proporzionale.

Nel sistema maggioritario il seggio va a chi ha ottenuto la maggioranza dei voti, assoluta o relativa che si voglia. Nel caso si propenda per una maggioranza assoluta vengono previsti ballottaggi o doppi turni con soglia di sbarramento o meno (al fine di arrivare alla chiara individuazione dell’unico vincitore) mentre se si opta per una maggioranza relativa basta aver ottenuto più voti degli altri (o la maggior minoranza, come ama dire Sartori). Esempi stranoti di sistemi maggioritari assoluti sono Stati Uniti, Canada (d’accordo, il sistema elettorale canadese può non essere così noto) e Gran Bretagna.

Nel sistema proporzionale, invece, i seggi sono distribuiti in ragione (in proporzione, appunto) al numero di voti ottenuto dai partiti o dalle liste in competizione. Per entrare in lizza per la spartizione i partiti o le liste devono avere conseguito un numero minimo di voti chiamato quoziente elettorale, che viene calcolato tramite metodi matematici che prendono nomi astrusi tipo metodo d’Hont o meno astrusi come metodo del quoziente. Se l’elettore può esprimere preferenze i candidati sono designati in proporzione a queste, mentre se non c’è possibilità di indicazione diretta del nome i seggi sono attribuiti seguendo l’ordine che i partiti stessi hanno palesato nelle loro liste (cosiddetta lista bloccata).

In linea generale si è sempre detto che il sistema maggioritario ha un effetto selettivo, nel senso che (come in discoteca) entra chi se lo può permettere (solo le forze maggiori), mentre il sistema proporzionale è proiettivo, cioè serve per illustrare tutto il paese tramite la rappresentanza politica. La storia ed il senso pratico ci hanno invece insegnato come un sistema elettorale ottimo sulla carta funziona solo in un contesto politico strutturato e pulito.

postato da Marco Luzzi

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