Il cammino dell’uomo
[02/03/2007 19.41] Nell’aprile del 1947, in occasione del Congresso di Woodbrook a Bentveld, Martin Buber (1879-1965), filosofo ebreo di grande spicco, noto soprattutto riguardo le sue riflessioni in merito all’etica del “rapporto io-tu”, tenne una conferenza estremamente interessante, concernente il carattere dell’Uomo e della sua vita, attraverso contenuti pedagogici, spirituali e morali, sulla scia di quello che è stato il vero grande punto di riferimento della sua opera e della sua esistenza, vale a dire l’insegnamento chassidico, derivato da quell’imponente movimento mistico-religioso nato verso la metà del XVIII secolo in seno all’ebraismo dell’Europa orientale. Dai contenuti di questa conferenza nasce un piccolo ma intenso libretto intitolato “ Il cammino dell’uomo”, che Herman Hesse lodò con grande partecipazione interiore: “ Egregio signor Martin Buber, tra i suoi scritti, “Il cammino dell’uomo è indubbiamente quanto di più bello io abbia letto. La ringrazio di tutto cuore per questo dono così prezioso e inesauribile. Lascerò che mi parli ancora molto spesso.”
Questa piccola operetta, nasce dunque sullo sfondo di un ebraismo molto intimo e consolidato, tuttavia i suoi contenuti non chiudono la porta a chi non abbia alcuna credenza religiosa. Tutt’altro. Lo stesso Enzo Bianchi, nella piccola Prefazione da lui curata, sottolinea che “Il cammino dell’uomo” si rivolge a tutti gli uomini, proprio perché si rivolge all’Uomo, universalmente inteso. In effetti, lo stampo pedagogico dell’opera si apre a tutta l’umanità intesa nella sua collettività, anche se, naturalmente, lo sguardo di Buber non può tralasciare quella fede che lo ha portato a concepirla e che di fatto ne costituisce il nucleo fondamentale.
A conferma di ciò, la riflessione del Nostro filosofo parte dalla domanda che Dio pone ad Adamo nella Scrittura: “ Dove sei?”. E’ su questa domanda che l’uomo deve cercare di porre il proprio punto di partenza per una esistenza nuova, rinnovata, che cominci proprio dalla consapevolezza della propria identità e del proprio particolare cammino che egli si trova a dover compiere nella propria esistenza.
Buber sottolinea con forza che è nell’unicità di ogni singolo uomo che si trova la grandezza del genere umano, proprio perché i cammini per raggiungere Dio sono molteplici, potremmo dire infiniti, e nessuno di questi si deve ridurre ad una sterile imitazione di un cammino già compiuto, per quanto santo e venerabile. Dunque, il primo passo fondamentale è quello di capire chi realmente sono, e che cammino particolare mi spetta, nella ferma convinzione delle azioni che compio e che dovrò compiere. Già da queste prime battute si nota molto bene la radicalità religiosa del messaggio di Buber, ma attenzione, sarebbe cosa alquanto superficiale non considerare questi messaggi come patrimonio comune a tutta l’umanità, anche a quella sfera atea, agnostica o perché no, appartenente ad un’altra concezione religiosa. Poniamo il caso che non creda in Dio, ciò non significa che la mia vita non debba essere regolata, ponderata e valutata in base a certi criteri, così da fare in modo che le azioni che compio abbiano un senso anche solo per me stesso, e che permettano alla mia vita di non venir sprecata. Certo, in questo caso verrebbe a cadere ogni senso finalistico dell’avvenire, tuttavia ciò non significa che la propria esistenza vada ignorata nella sua essenza più profonda, ovvero in quell’abbracciare degli ideali, degli obiettivi, delle speranze che anche se esulano da un contenuto religioso vanno a stabilire la mia condotta di vita. Per questo è necessario, per tutti, arrivare a comprendere la propria identità.
L’universalità delle riflessioni di Buber si coglie ulteriormente procedendo oltre nel libretto, laddove, scandendo le parole al ritmo degli illuminanti racconti chassidici, egli pone grande importanza nella risolutezza, nella capacità di agire “d’un sol getto”, attraverso un’anima unificata, sicura, non dispersa nella frammentarietà dell’indecisione e della paura. Solo la fermezza audace, ponderata e calibrata alla luce dell’onestà, ci conduce ad avere un’esistenza piena e compiuta, secondo Buber. E’ per questo che lo sforzo dell’uomo deve concentrarsi in questa direzione, cosicché egli compia le proprie azioni non solo grazie all’unificazione della sua interiorità, ma anche ( e soprattutto) attraverso la perfetta coniugazione di questa con la propria corporeità. Ecco la grandezza di questo messaggio: la spiritualità non implica, nella visione di Buber,una svalutazione del mondo corporeo, anzi, può interagire con esso scoprendo proprio nella vita terrena il vero luogo dove accogliere Dio, attraverso la realizzazione della propria vita e l’apertura verso l’Altro ( è questo, d’altronde, l’autentico “Tu”), proprio perché questo cammino personale non va compiuto in vista di scopi egocentrici, ma per modificare il mondo. L’uomo deve essere impegnato nel mondo proprio perché vi è stato posto. Ecco allora che cominciare da sé stessi costituisce la prima tappa per allargarsi verso il mondo esterno ( è questa un ‘idea comune a molti pensatori, si pensi a Seneca), ed è su questa via che si costruisce un vero rapporto etico autentico, in cui ogni singolo contatto con l’altro è fortificato da una precedente fortificazione interiore.
E’ questo un messaggio che non solo presenta una spiritualità religiosa molto distante dalle attuali sovrastrutturalizzazioni , che soffocano l’intimità religiosa con aride pratiche massificatorie, ma offre anche uno spiraglio di comunione ad una società sempre più radicata nel menefreghismo egoista.
postato da Francesco De Stefano
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