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2 marzo 2007 SIMUL STABUNT, SIMUL CADENT Le vite politiche di Silvio Berlusconi e Romano Prodi sono sempre state legate insieme in maniera drammatica, quasi shakespiriana. Grazie al loro operato, alle loro pur diversissime concezioni e prassi di comando, questi due personaggi hanno tentato di traghettare l’Italia da un parlamentarismo compromissorio verso le sponde del bipolarismo. La storia, al di là dei giudizi di parte che in questo paese di disperati e di cialtroni sono sempre più presenti che altrove, è già stata impietosa nel suo giudizio, stigmatizzando gli eventi seguiti a tangentopoli e al terremoto del referendum elettorale del 1993 come “la transizione imperfetta”. Un bipolarismo zoppo, una democrazia dell’alternanza che si è avvitata su sé stessa incarnandosi esclusivamente nelle persone dei suoi due demiurghi: 1994: Berlusconi 1996: Prodi 2001: Berlusconi 2006: Prodi Ma l‘orgoglio precede la caduta. Il governo prodi ha iniziato la sua parabola discendente sotto gli occhi del mondo, chiunque abbia sentito le dichiarazioni di voto di Camera e Senato che si sono susseguite in questi giorni non avrà potuto fare a meno di notare che tutti hanno messo sul tavolo le loro richieste politiche, specie in materia di legge elettorale. Del futuro del governo non si è quasi parlato, perché tutti sanno che non c’è. Turigliatto e Rossi sono solo inetti del potere, incapaci di servirlo così come di contrastarlo. Andreotti aveva già capito tutto e quando ha sentito che il tempo era giunto ha modificato la sua opzione di voto alla Dichiarazione D’Alema per vibrare il colpo di grazia. Un altro esponente della vecchia scuola, Marco Follini, è servito per creare il margine di tempo che servirà a tutti per decidere come spartirsi il potere, perché non è di altro che si discute. In realtà non si è mai discusso d’altro. Intanto è l’inizio della fine anche per le due anime dannate del bipolarismo, e mentre Romano Prodi gestisce come solo lui sa fare il trapasso della coalizione che lo vide già Presidente, Silvio Berlusconi – molto meno abituato alle spietate leggi dell’agone politico e ancor di meno abituato a darsi per vinto – non si capacita che sia già giunta l’ora di calare il sipario sulla sua parabola e chiede alle Camere di fare presto, di andare subito ai voti. Chiede ai suoi colleghi l’unica cosa che non può comprare: il tempo. Se si andasse votare subito il leader sarebbe ancora lui, ancora una volta siederebbe a tutte le tavole. Ma ormai è finita. Casini si era già dichiarato ieri “più antiberlusconiano di Follini” e gli applausi seguiti al discorso di Gianfranco Fini lasciano pochi dubbi. E altro non poteva accadere. Solo Fini ha i numeri e il carisma per succedere al comando, ha faticato molto in questi anni per guadagnarsi la successione e adesso ha chiesto una riflessione di un anno per preparare la legge elettorale. Questo tempo dovrà servire anche per gestire il problema delle primarie di destra, perché le masse (a differenza dei parlamentari) sentono meno la puzza della morte e potrebbero decidere di riconfermare Berlusconi per puro sentimentalismo. Il vero problema è la Lega e la sua alleanza d’acciaio con il Partito del Cavaliere. Questo e anche i centristi, sicuro. Come sempre accade in politica i nemici più letali sono quelli che siedono dalla stessa parte. Ma questo riguarda il futuro…
Marco Luzzi
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