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Agostino d'Ippona7 febbraio 2007
“Filosofia Cristiana”
Nel corso del Novecento ci si è molto interrogati sulla possibilità di parlare propriamente di “Filosofia Cristiana”. Il termine a prima vista potrebbe sembrare contraddittorio, e la celebre affermazione heideggeriana che bollava la filosofia cristiana come un “ferro di legno” rende perfettamente l’idea su come si siano orientati una parte dei pensatori contemporanei in merito alla questione.
Filosofi di indirizzo protestante, quali ad esempio A.Harnack e K.Barth, hanno in effetti sottolineato con forza il grande danno secondo loro subito dal Cristianesimo delle origini nel contatto con la razionalità tipica greca.
D’altra parte però, non mancano linee di pensiero che mettano in evidenza i grandi vantaggi del matrimonio avvenuto tra Cristianesimo e Filosofia greca, e in generale tra la razionalità speculativa e il messaggio di fede cristiana.

Questa problematica accompagna del resto tutto lo sviluppo del pensiero medievale, che fin dai primi apologisti si è dovuto misurare inevitabilmente con l’eredità lasciata dai grandi filosofi dell’antichità, fino a penetrare in maniera inarrestabile il grande cuore della cultura medievale nell’XIII secolo, il periodo d’oro della Scolastica, che vede impegnati i più grandi pensatori dell’epoca all’interno del dibattito Ragione-Fede, con una veemenza ed efficacia mai raggiunte prima di allora.

Questo intensa riflessione, che parte da un’accettazione acritica dei dogmi cristiani fino ad arrivare ad una sistematica opera razionale, logicamente trasparente e con un organica connessione delle parti, dove la ragione è costantemente utilizzata all’interno della Rivelazione, arriva a compimento con la maestosa figura di Guglielmo da Ockham (1280-1349), con il quale termina di fatto la Scolastica e vengono gettate le basi per la fioritura della cultura e dell’ideologia rinascimentali.

I pensatori della Patristica greca, avevano dal canto loro tentato una mediazione con il pensiero platonico, il più conosciuto in assoluto tra i quelli dei filosofi classici, ma la componente fideistica sembra avere un primato esclusivo.
Con la nascita della Patristica latina poi, i primi apologisti sembrano diffidenti nei confronti della filosofia (si pensi all’affermazione di Tertulliano: “credo quia absurdum esse”), ma con l’avvento di Agostino il binomio ragione-fede assume per la prima volta un efficace rapporto di complementarità, in un costante gioco di rimandi che G.Reale ha sapientemente definito “circolo ermeneutico”, in cui la ragione segue il percorso offertogli dalla fede tentando di renderla comprensibile.

Certo, in Agostino e poi in tutto il pensiero francescano il dogma rivelato ha sempre una posizione privilegiata, mentre nelle personalità di Abelardo, Alberto Magno, Tommaso D’Aquino, grandi interpreti della Scolastica, la ragione possiede una sua autonomia e una sua metodologia che si rifanno alla sfera della fede in modo non perentorio e non esclusivo, seppur il possesso di Dio è sempre considerato il punto d’arrivo.

Di fronte alla domanda che ci chiede se è possibile parlare di “Filosofia Cristiana” dunque, non possiamo non tenere presente il fatto che le categorie razionali della filosofia classica hanno giocato un ruolo determinante in tutto il Medioevo, che ha fatto sì che esse venissero consultate, rielaborate, anche rifiutate, in un processo graduale e riflessivo che ne mette in ogni caso in evidenza la grande importanza, se non altro a livello culturale.
Sicuramente si può sostenere che l’esistenza di Dio, o alcune sue connotazioni, non possano essere dimostrate per via razionale, e che alcuni dogmi cristiani (se non tutti), debbano riferirsi all’accettazione per sola fede ( è questo ciò che sostenne Ockham), ma d’altro canto per sostenere la non necessità della filosofia nell’ambito della Fede è necessaria una certa “filosofia”, anche perché l’ambito della Rivelazione non esclude assolutamente l’utilizzo del pensiero, anzi lo stimola in virtù di una più intensa partecipazione, cosicché la Fede non si risolva in una accettazione acritica di aride formule sacrali.
Francesco De Stefano
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