Ha 'dda tornà il diritto
[05/02/2007 16.35] Hanno parlato tutti, tranne uno: Napolitano, Prodi, Bertinotti, Pancalli, Petrucci, Matarrese, Melandri, i dirigenti, i giornalisti, show men & women, sociologi, psicologi, scrittori, tifosi, ultras. Di tutto: stadi sicuri, curve violente, società complici, giocatori istigatori, tv subdole, disagio sociale, rispetto, amore, odio. I risultati di questo commovente dibattito si sapranno fra poco, nel senso che fra poco torneremo a parlarne per un altro episodio simile, per un altro morto, per altre guerriglie. Non cambierà niente, semplicemente perché all’Italia fa comodo che queste cose accadano. Salterebbero in aria, altrimenti, palazzoni di soldi e di affari che hanno trasformato lo sport nazionale in una bestiale rappresentazione dell’umana idiozia. Ma non c’è solo questo, ovviamente: un paese che riesce a intitolare, per mano dei suoi rappresentanti, una stanza del Parlamento nazionale a un ragazzo che un giorno partì per Genova con l’intenzione di fare guerriglia e che si trovò morto proprio a causa della guerriglia e viene tuttora celebrato come un eroe dei due mondi, non è un paese normale e soffre, evidentemente, di problemi serissimi e laceranti. Questi problemi vanno affrontati, ma non all’italiana, perché l’Italia è il paese, oltre che di Pulcinella, degli indignati, dei minuti di silenzio e nient'altro. Sarebbe stato troppo impopolare (quindi, per la massa, populista), sospendere i campionati di calcio a causa dell’assassinio barbaro di un dirigente di terza categoria. Licursi? Chi è ‘sto carneade? Che ce ne frega? Noi abbiamo da giocare. Se la vedessero loro, in Calabria, coi loro delinquenti, qui ce in ballo lo scudetto, il primo scudetto pulito dopo diciotto anni; c’è in ballo la zona Champion’s che mette in palio una tonnellata di euro; ci si deve salvare perché l’anno prossimo la serie B, se non ci saranno più Juve, Napoli e Genoa, non beccherà un soldo bucato. Il problema va affrontato secondo diritto. Parlare di giustizia è l’esercizio più inutile che l’umanità porti avanti da quando è nata. La giustizia non esiste e non è pessimismo cosmico. E’ che un uomo non può materialmente far rivivere un altro uomo, non può restituire alla Terra esseri che biologicamente non esistono più, non può rifondere un pensionato risparmiatore coi milioni che ha perso per mano di un imprenditore criminale, perché prima di lui vengono coloro (banche e altri imprenditori) che possono vantare crediti privilegiati, roba che con gli interessi vuol dire miliardi, e quando toccherà al pensionato i soldi dovrà darli lui al criminale. Allora che giustizia si può fare? Applicare la legge, il diritto, l’equità, non gettare alle ortiche secoli di evoluzione dottrinale e di cultura giuridica, di guerre civili e di Costituzioni. La legge dice fin troppo chiaramente che chi uccide un uomo va rinchiuso in galera e in certi casi non ne deve uscire mai più. In Italia, questo non succede. I soldi, quelli che secondo il governo di turno non ci sono e che quindi vanno gentilmente spillati dalle tasche dei lavoratori, vengono investiti, da noi, in opere pubbliche fatiscenti, inutili, dannose, orribili e puntualmente non completate. Perché? Perché gli appalti di queste opere pubbliche profumano di soldi, di capitale, di interessi, di tangenti, di insabbiamenti, di giudici che chiudono uno, due e a volte tre occhi, di politici delinquenti che fanno il bello e cattivo tempo. Alla città serve un parcheggio sotterraneo? Va bene, iniziamo i lavori, contrattiamo con chi di dovere, aspettiamo che ci passi sottobanco qualcosa, dopodichè, se il parcheggio ci sarà o no, non è importante. Le case farmaceutiche ci ricattano perché hanno in mano la sanità regionale? Ok, lasciamo che gli ospedali pubblici muoiano, e pazienza se con loro muoiono anche i degenti, l’importante è che chi deve operarsi lo faccia in quella casa di cura privata perché al titolare abbiamo promesso tante di quelle cose che se non manteniamo la parola lui non ci fa rieleggere. Poi, quando i cineasti alla Veltroni visitano le carceri e scoprono che ci si vive malissimo, al limite dell’umano, scoppia il problema delle carceri. Che fare? Costruirne di nuove no, perché i soldi li abbiamo dovuti spendere per quel contratto di appalto. Facciamo un bell’indulto, e chissenefrega se usciranno di galera anche persone come il mostro di Foligno che ha ucciso due ragazzini. Tanto qualche sociologo farà il nostro gioco. Infatti: il mostro di Foligno ora legge Kafka, quindi ha capito e merita la libertà. Invece non la merita. Due omicidi premeditati, con l’aggravante, per uno di essi, della violenza sessuale che già di per sé dovrebbe bastare a schiaffare il reo in galera per qualche decennio, in qualunque paese cosiddetto civile non lasciano speranze di luce al colpevole per l’eternità, sia che egli provi a redimersi leggendo Kafka sia che lo faccia guardando “L’onorevole con l’amante sotto al letto”. Tornando al calcio che, comunque, non è il problema principe dell’Italia, dopo i mondiali, due parole d’ordine cavalcavano l’onda dello sdegno: “chi ha sbagliato paghi” e “no amnistia”. Giusto, ma per ben altri motivi che non gli arbitri appecoronati. Stavamo parlando di un sistema sportivo ormai logoro perché concepito dai sedicenti mecenati dello sport come una fogna di scarico dei soldi sporcati altrove, che commetteva reati a profusione coperto dall’assordante silenzio della politica complice e della magistratura, che alla fine si mordeva la coda. “L’avversario è storicamente aiutato dagli arbitri allora io falsifico i passaporti”; “tu falsifichi i passaporti allora io gli arbitri comincio a chiamarli al telefono per assicurarmi qualcosa”, “tu chiami gli arbitri allora io falsifico anche i bilanci”, “mentre voi fate tutto questo io falsifico le fideiussioni e spalmo i debiti in tot anni così non fallisco”; “ah, è così? Allora perché avete fatto fallire noi mandandoci in C2? Facciamo così: ci fate tornare in B saltando la C1, poi noi torniamo da soli in A e se non vi sta bene anche noi faremo qualcosa per tutelarci, perché con noi in serie A, io venderò più scarpe ai toscani mentre voi farete camminare le macchine torinesi con le gomme milanesi. Siamo tutti imprenditori, no? Fra di noi ci si capisce; i piccioli servono a tutti quanti e non li possiamo perdere”. “Ah, fai il duro? Allora ti rimandiamo in B”. “Ah, sì? Io vi scateno la piazza, picchieranno qualche fotografo, marceranno su Roma per far valere le nostre ragioni e ci rimanderanno in A”. Così è andata e pare che alla fine sia stato bene a molti, quasi tutti. Gli interessi finanziari si intrecciano fatalmente con un altro grosso problema. Il reato soffre di stress, è stanco e fuori forma. Va ringiovanito, gli serve un lifting. Così le regole sono state riposte nel cesso perché di ostacolo alla nuova dottrina penale secondo cui la vittima del reato è il reo, perché la società non lo ha aiutato a capire. La persona offesa di un omicidio è l’assassino, quella di un furto è il ladro, quella di un falso in bilancio è il falsificatore che deve difendersi dagli sciacalli quindi delinque a sua volta. Picchiare un fotografo, per esempio, non si potrebbe fare, ma se serve a far tornare in serie A una squadra, chi picchia a sangue viene arrestato, chiama un avvocato, poi patteggia ed esce dopo pochi minuti con una condizionale appiccicata sul cappotto, perché, in fondo, non è che sia così pericoloso, era esasperato dalle ingiustizie del calcio, non è riuscito a tenersi a freno, o magari era un disagiato sociale, non si rendeva conto, non aveva altro da fare perché questo mondo non offre via di scampo ai disagiati. Nossignore, non va bene così. L’anno scorso, un ragazzino di Ascoli entrò al Del Duca a cinque minuti dalla fine con un razzo nautico dentro le tasche del giubbino, lo sparò a fine gara da curva a curva e per poco non uccise una donna di Fano che aveva l’enorme colpa di tifare Sampdoria. Si scoprì, poi, che egli, il disagiato sociale, era un figlio di papà, ma invece di rinchiuderlo per qualche mese dietro due sbarre egli uscì, processato alla buona dal Tribunale dei minori in quanto minorenne e da disagiato figlio di papà continuerà ad usufruire dei benefici di una vita da figlio di papà. Se vogliamo fare giustizia, cioè applicare il diritto, il figlio di papà non lo si può considerare un disagiato sociale, non merita attenuanti di nessun tipo, anzi: in certi casi esiste l’aggravante dell’aver agito per futili motivi. Invece niente, anche un miliardario è un disagiato sociale e va capito. La nuova teoria del reato sembrerebbe suffragata dalla lettura dell’art. 27, comma III, della Costituzione, secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Invece, questa norma è puntualmente strumentalizzata da una politica trasversale (che va da Ferrando ai Casinisti) al fine di giustificare le disfunzioni del sistema globale. C’è un piccolo dettaglio che i cosiddetti garantisti-innocentisti non prendono in considerazione: il dettaglio che il povero disagiato sociale, meglio conosciuto in società come mariuolo, in certi casi getta nella disperazione una famiglia e che l’ordinamento prevede a chiare lettere che chi distrugge la vita altrui non può che finire in galera e lì deve essere rieducato: non ai giardini pubblici o allo stadio o ai concerti di Laura Pausini, ma in galera. Allora torniamo da capo. Le famiglie (anche di fatto) che soffrono e piangono lo fanno in silenzio, perché soffrono sul serio e chi ha l’anima distrutta non fa casino perché non ne ha la forza. In Italia, chi non fa casino non fa testo. Ricordiamo l’episodio di Enzo Baldoni. Questo giornalista fu ucciso in Iraq poco dopo il suo rapimento, il 26 agosto 2004. Non ci fu, quindi, neanche il tempo di intavolare trattative con i rapitori, cioè di rastrellare il denaro sufficiente per lasciarlo andare come invece è successo con i tre compagni di Quattrocchi, con le due Simona, con la Sgrena. La famiglia si presentò davanti ai microfoni, due parole due, poi si rinchiuse in sé stessa a piangere. Non fece casino, non mobilitò la piazza, non aprì bocca per commuovere. Risultato: lutto al braccio di italiani e iracheni nella partita più predestinata della storia del calcio, in quel di Atene Olimpiadi 2004, e di Baldoni oggi non ci si ricorda più. Le vittime (quelle vere, cioè i morti, gli stuprati ecc…) non fanno casino, non fanno vendere, non alzano gli indici di ascolto. Ecco perché bisogna “cambiare vittima”. Raciti, da oggi in poi, sarà morto e basta. Non potrà più parlare né far parlare. Parlerà la terza camera parlamentare di Raiuno e gli avvocati dell’assassino, a loro modo: incapacità di intendere e di volere, attenuante della provocazione perché quand’era piccolo un poliziotto lo multò ché viaggiava in motorino senza casco, disagio sociale: magari è figlio di un cardiochirurgo di Catania che non gli ha insegnato il rispetto del prossimo, impegnato com’era a salvare una vita in ospedale, attenuante dell’aver agito in preda al panico, perché era in mezzo a una folla di pochi criminali e ci si è ritrovato, poverino, e non si è reso conto di ciò che faceva. La moglie e i figli di Raciti, come quelli di Licursi, come quelli di ogni morto ammazzato, invece, si rendono conto fin troppo di ciò che è successo, ma non faranno casino e non serviranno più. La società democraticamente omologata fa finta di indignarsi perchè alcune nullità viventi vanno allo stadio per inneggiare a una guerra civile, per esporre svastiche, per cantare e scrivere offese contro i morti, in barba alla sconosciuta locuzione “parce sepulto”. Ma si ferma lì, senza che nessuno, incluse le società di riferimento di quei tifosi, inclusi i giocatori che continuano ad alzare saluti romani e pugni chiusi, muova un dito per denunciarli e spazzarli via. L’eroe non è chi muore nell’adempimento di un dovere; l’eroe è il delinquente a cui un attaccante dedica una maglietta dopo il gol, il genitore che ammazza il figlio e diventa scrittore, il terrorista che si affranca dagli anni di piombo e diventa professore. Chiamiamo eroi la feccia della società. Allora, cosa ci vogliamo aspettare da questo paese? Un paese la cui capitale è per qualche metro quadro appartenente ad un altro Stato sovrano, che pare consideri un crimine non sposarsi o divorziare. I suoi rappresentanti tolgono i sacramenti, rimproverano e minacciano di peccato mortale chi si tromba un uomo o una donna sposati, allungano il dito inquisitorio se ci si azzarda a considerare un uomo sposato e adultero di pari dignità di chi non è sposato eppure ha cura dei propri figli e li educa a comportarsi bene e ad andare allo stadio per divertirsi senza insultare l’avversario e senza tirare razzi nautici. A chi spezza le famiglie (quelle fondate sul matrimonio), a chi parte da casa per uccidere un altro uomo, promettono invece che in caso di pentimento, di ostie non gliene daranno una, ce lo faranno ingozzare. Cosa vogliamo da un paese che, per mezzo dei terroristi mediatici stile Sandro Piccinini, dà ancora la parola agli ultras chiamandoli controparte (!!!), permettendo loro di dichiarare che un poliziotto, per dieci euro di straordinario, si deve aspettare di morire perché il calcio è una guerra?
postato da Vincenzo Carusi
|