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L'uomo vitruviano29 gennaio 2007
Tecnica e Pensiero: binomio possibile?
Dinanzi ad un mondo ormai pervaso dallo sviluppo del sapere scientifico, delle sempre più potenti tecnologie bio-mediche, informatiche, meccaniche e industriali, l’uomo-filosofo sembra essere spaesato. La sua grande fiducia nel pensiero umano, nel Logos razionalizzatore, nella sagacia speculativa e logica, viene a perdere la propria identità nel momento in cui tutto ciò sembra sprofondare nell’ambigua funzione di regolazione di aridi meccanismi produttivi e tecnologici, perdendo di fatto la pregnanza metafisica e l’importanza ideologica.

Sono queste constatazioni che scuotono, nel corso del Novecento, le coscienze di grandi filosofi continentali, come Martin Heidegger, Hans Jonas ( per citare i più conosciuti), fino ad arrivare agli italiani Umberto Galimberti ed Emanuele Severino.
L’imponente riflessione di questi illustri pensatori si muove verso una direzione precisa: operare una vera e propria reductio ad unum di quelle che potremmo definire “tecniche particolari”, ovvero di quei sistemi di norme che regolano i singoli universi tecnologici, nella grande pancia della Tecnica, considerata in modo sostanziale e totalizzante. Esse vengono così “ontologizzate”, ovvero sussunte all’interno di un’accezione più ampia che tende a smussarne gli aspetti peculiari in virtù di una riflessione di carattere più generale.
Questa operazione, che ha come obiettivo principale quello di mettere in luce le possibili negatività della Tecnica, considerata come organismo arido, come anti-pensiero che domina l’uomo e lo confina in un regime totalitario, dove è essa stessa a fare da dittatore, conduce di fatto verso una visione altamente pessimista della Tecnica, cosicché l’approccio nei suoi confronti, per dirlo con la terminologia di Jonas, presuppone un’”euristica della paura”, che privilegi le sue possibili conseguenze negative , a svantaggio di quelle più marcatamente positive.
Ciò è dovuto, sempre seguendo Jonas, al fatto che la Tecnica è un fenomeno di lunga durata, ovvero non può non coinvolgere uno sguardo rivolto alle future generazioni, e alle conseguenze che per esse possa avere un utilizzo inadeguato e “sacralizzato” delle moderne conoscenze scientifiche e del loro utilizzo pratico.
E’ questa una delle idee fondamentali che caratterizzano anche il contemporaneo antiscientismo, così diffuso soprattutto in Italia.

Ma di fronte a questa problematica, occorre anzitutto ridimensionare alcuni luoghi comuni, come quelli ad esempio quelli che legano le violenze di gruppo alla tecnologia dei moderni sistemi comunicativi, o quelli che considerano la tecnica come “vile meccanica”, sottratta ad ogni conoscenza teorica, o ancor più quelli che uniscono necessariamente la Tecnica ad un’angusta speculazione economica legata al profitto.
Tutte queste posizioni, soprattutto se sostenute con la bizzarra banalità moderna , rischiano di cristallizzare il problema, senza coglierne il nocciolo fondamentale. Questo piuttosto sembra risiedere anzitutto sul fatto che al giorno d’oggi l’opinione comune dimostra un’imbarazzante disinformazione riguardo le singole tecniche, cosicché, sistematicamente, esse vengono in modo istintivo bollate come destabilizzanti e mortificanti, in quella patologica oscillazione tra delega e protesta che le vede svuotate della loro portata particolare e le confina in una vaghezza dilagante.

Detto questo tuttavia, appare evidente che la dimensione della Tecnica , per la deriva etica che comporta e che molti filosofi hanno messo giustamente in mostra, non può non essere accompagnata da una riflessione riguardo i modi in cui essa possa essere utilizzata, con che scopi e con che conseguenze (soprattutto in riferimento ad un significativo bene comune), ma questa riflessione dovrebbe essere depurata da quel pregiudizio ontologico (dell'essere in quanto tale) che si è cercato di sottolineare, così da comprendere meglio l’essenza delle varie tecniche senza assolutizzarle in modo negativo.

Solo in questo modo, forse, potremo convivere con un orizzonte che, pur sembrando più grande di noi, in realtà non è altro che il frutto della nostra razionalità.
Francesco De Stefano
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