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Aboliamo la pena di morte25 gennaio 2007
Uccidere per mostrare che non occorre uccidere?
L'abolizione della pena di morte consiste nella soppressione di una punizione che colpisce il delinquente nella libertà e nel suo diritto di esistere. Il fatto assurdo è che tale pena pretende di svolgere una funzione morale attraverso la sua natura espiatoria ed una funzione intimidatoria, che la renderebbe socialmente utile.

L'idea insidiosa che solo la violenza estrema, l'assassinio legalmente deciso in nome del popolo, sarebbe in grado di porre fine alla criminalità, ricerca ai giorni nostri una legittimità morale. Attenzione, non bisogna sbagliare, anche se purtroppo molte persone evocano costantemente sotto varie forme i concetti di "tolleranza zero". Secondo un’opinione piuttosto diffusa nel mondo, basti pensare agli Stati Uniti, il crimine di Stato sarebbe la sola risposta alla violenza della società.

"Perché la società deve uccidere un assassino?" Se non vado fuori strada, la società stessa fabbrica l’assassino. La società tesse la trama del circolo della violenza. Uccidono l' uccisore ed uccidono ed uccidono ancora. Quello che abbiamo qui è una spirale di violenza in grande scala”. Sono le parole di Farley Matchett che ha sofferto per oltre dieci anni nel corridoio della morte della prigione texane di Huntsville, per essere finalmente giustiziato nel 2006. Qualsiasi aggressione contro un singolo essere umano o contro un’intera comunità, genera una nuova violenza, dettata dall'impulso della vendetta. Questa logica tende nuovamente a fare parte dell'ideologia dominante che attualmente aleggia sul pianeta travisando la nozione di legittima difesa per fare posto a quella della "legittima" vendetta. George W. Bush non ha fatto cosa diversa da ciò che raccomandava il sig. Pasqua (ex ministro degli interni francese).

"E se tua figlia fosse stata assassinata, non desidereresti la morte del suo assassino?" Mi sono spesso fatto questa domanda e la risposta immediata che mi viene ogni volta dallo spirito è "sì ". L’odio, la sensazione d'impotenza infinita che causa l'assassinio di un essere che ci è caro, sono delle realtà umane incontrollabili. L'esecuzione dell'assassino è quindi la soluzione che cancellerebbe in un certo qual modo la morte della vittima? La comunità non deve, in primo luogo, circondare col suo calore compassionevole - nel senso originario del termine - coloro che sono stati colpiti dalla violenza restituendo loro il gusto alla vita, senza caricarli del peso supplementare della responsabilità della morte dell’omicida?

Alcuni recenti processi hanno mostrato che una volta usciti dalla logica di "morte per la morte", un lungo e doloroso lavoro di recupero è possibile, forse anche necessario, per i parenti delle vittime degli assassini. Questo lavoro passa anche attraverso l'appello insistente a quel briciolo di umanità che sappiamo rimanere anche nell’anima del più odioso dei criminali. Il lavoro completo potrà realizzarsi interamente soltanto riconoscendo che l'autore del crimine è, e rimane, un essere umano e quindi conducendo il criminale stesso a riconoscere l'orrore delle sofferenze che ha inflitto. L'accettazione di questa realtà da parte di una comunità gli permetterà di progredire sulla via dell’umanizzazione.

Al contrario, una società che rifiuta di guardarsi allo specchio, che si priva volontariamente - nel nome della "legge", di Dio o di un qualsiasi altro principio di potere e di dominio - della sua capacità di recuperare il più abietto dei suoi membri, regredisce verso l’odio, la barbarie e la cultura della morte. Mettendo a morte colui che ha ucciso, una società si mette sullo stesso piano dell'assassino: l'omicidio che risponde all'omicidio.

La tentazione mortale della barbarie, se non ci mettiamo in guardia, sta ritornando una norma sociale. Certamente, ci diranno che circa cinquemila o diecimila esecuzioni capitali all'anno nel mondo è una quantità quasi trascurabile comparata all'orrore della morte quotidiana e silenziosa di trentamila bambini vittime della miseria. E tuttavia è la stessa violenza. Questo carico esplosivo che si accumula attimo dopo attimo può distruggere l'umanità intera. La barbarie non nasce spontaneamente, scrivevamo all’indomani degli attentati dell'11 settembre 2001. Essa si nutre dell’humus dell'ingiustizia, di questa violenza che soffoca la ragione, e che nasce dalla terribile disuguaglianza voluta ed organizzata dai "padroni" dell'economia.

L'emancipazione dell'umanità, la sua umanizzazione è un processo molto fragile. Il carattere "definitivo" di un progresso umano può essere affermato soltanto guardando al passato, ma non è mai definitivamente acquisito. La storia più recente ci mostra che le "grandi paure" dei tempi scorsi, gli odi devastatori possono ricomparire in qualsiasi momento. Possiamo tutti, indipendentemente dalla nostra capacità morale, dai nostri valori affermati, diventare come gli assassini o come i loro cloni, i boia. Coloro che, per soddisfare ambizioni meschine di potere, fanno appello alla legittimazione della violenza sociale - nella sua espressione suprema che è il ritorno alla pratica della pena di morte - seminano il vento deleterio della distruzione sociale.

Il regresso e allo stesso modo il progresso, sono processi inevitabili. Allo stesso tempo la potenza crescente dell'aspirazione di vivere pienamente in una società sicura, che è anche quella dell'eliminazione della paura del futuro, è una forza che ci è necessaria, in ogni istante, in qualsiasi occasione, per mettere in moto la trasformazione della realtà.

Come si può associare quest'infamia alla democrazia? La pena di morte è allo stesso tempo punizione ed auto-protezione, ma è anche l’ammissione da parte della società della sua incapacità di infliggere pene educative.

Uccidere un colpevole non cambierà la nostra società. Uccidere un colpevole non porterà ai cittadini un mondo di pace, un mondo senza violenza. Uccidere un colpevole, non ci renderà un mondo perfetto dove tutto è bello e gioioso. Allora, perché, uccidere un colpevole? Interrogatevi. Ve lo chiedo.

Alcuni sostengono che una società che applica la pena capitale non fa altro che difendere i suoi membri dai crimini odiosi dei suoi peggiori elementi . Ma se è vero che la pena di morte soffoca i fermenti di sommosse politiche nei regimi dispotici e totalitari, nessuno non è mai riuscito a dimostrare il carattere educativo delle esecuzioni nei paesi democratici. Quindi, statisticamente abbiamo la riprova che il mantenimento della pena di morte non diminuisce la criminalità e anche che la sua soppressione non la fa aumentare.

Occorre chiedersi ancora se la pena di morte non sia un mezzo per lo Stato per imporre la sua forza ed il suo potere. Infatti, lo Stato dispone totalmente del cittadino giungendo a togliergli la vita, colpendo un diritto inalienabile, come affermato dalla Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo. Non si può più allora considerare tale Stato democratico, ma totalitario.

E’ per questo che lancio un appello a tutti i potenti e ai comuni cittadini: che si facciano promotori di una richiesta di legge per l'abolizione della pena di morte in quei paesi in cui è ancora in vigore, e che tale rifiuto venga quindi iscritto nelle costituzioni di questi stati affinché diventi definitivo ed irrevocabile, affinché mai più nessuno possa essere condannato a morte in uno Stato civilizzato e rispettoso dei diritti dell'uomo.

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, proclamata nel periodo successivo alla guerra più bestiale nella quale si sono affrontati gli uomini, non dice altra cosa affermando che il primo diritto umano è quello alla vita.

La pena di morte, ah, la pena di morte che orrore!! Che vergogna!

Contributo di Simona Roveda
Come dice Thierry, la vendetta è insita nell’essere umano come lo è anche il sentimento della compassione, del perdono, dell’amore, capaci di farci progredire, cambiare strada e di costruire cose meravigliose.
La vendetta è l’opposto del perdono e l’evoluzione umana porta alla seconda soluzione, anche soltanto per la semplice questione di sopravvivenza della specie…
Ma a cosa sono servite le parole e le azioni lasciateci da grandi uomini nei millenni sulla fiducia nell’uomo, sul rispetto della vita?
Non nascono dal nulla ma da una ricerca interiore fatta giorno dopo giorno, prodotta dalla sofferenza e dalla conseguente speranza.
Cosa ci hanno insegnato? Nulla sembra, a vedere il comportamento dell’uomo nel mondo attuale.
E cosa ci resta da fare? Rimane soltanto la cosa più grande e più difficile: sondare nella propria anima, nell’angolo più recondito, quello che teniamo nascosto a tutti e che conosciamo solo noi stessi e chiederci: “Ci conviene ambire alla costruzione dell’essere umano o alla sua distruzione? Ci conviene comprendere, educare, trasformare, avere compassione o falciare?”
Non c’è essere umano che valga la pena di eliminare. Anche i peggiori carnefici coltivano roseti…
E se il perdono è cosa troppo grande, proviamo un briciolo di compassione. Ci rende più vicino a Dio.
E come ha scritto il grande poeta Tagore: “ Innalzami, perché la mia dignità, accettando l’offesa, disdegni di renderla”.
Questo ci rimane. Seguire la strada più ardua da percorrere ma l’unica salvifica.
Simona Roveda

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