Erba e fumo, prodotti della TV
[14/01/2007 16.41] Quando Annamaria Franzoni sale le scale della Corte d’Appello di Torino, si può costantemente notare l’imponente assembramento di pubblico che accompagna la missione della nostra nelle aule giudiziarie. Pubblico focoso, appassionato, ribelle. Per cosa? Non si sa. Sono passati quasi cinque anni dall’omicidio Cogne, quando un bambino fu selvaggiamente allontanato dalla Terra perché piangeva troppo. Quello che dovrebbe essere chiamato col suo nome, cioè barbarie, e che dovrebbe rimanere ciò che è, ovvero un caso giudiziario risolto in primo grado con ampie possibilità per la condannata madre di ottenere qualcosa di meglio che trent’anni di galera, è diventato un caso mediatico tra i più discussi che la storia dei media italiani ricordi. In barba all’esigenza di umana pietà verso un bimbo ucciso che tutto vorrebbe tranne che essere sbattuto migliaia di volte in TV da giornalisti improvvisati PM, o da pm (pubblici masturbatori) improvvisati giornalisti. L’orrore, la violenza, il martirio, le stragi, non sono un fatto del terzo millennio, né dell’età contemporanea. Si è sempre ucciso, si è sempre versato sangue innocente, si è sempre tentato di sopraffare un debole. Oggi, però, questi eventi sono uno straordinario strumento di audience, perché il moralismo latente che spinge a censurare un film che narra e descrive fatti veri e una storia vera scompare, o meglio cambia abito quando un altro fatto vero, l’uccisione disumana di quattro persone fra cui un bambino, sale alla ribalta della cronaca nazionale. Siamo un popolo di cinquantotto milioni di commissari tecnici della nazionale di calcio, ma siamo anche altrettanti milioni di giudici, di avvocati, di politici, di artisti. Siccome ci crediamo tutte queste cose, non tolleriamo che sia solo un PM e solo un giudice e solo un avvocato di difesa a condurre un processo. Pretendiamo di avere parola su tutto. Il motivo potrebbe essere che alcuni – pochi - di noi hanno molto tempo libero e decidono di spenderlo lacrimando di commozione mentre i valorosi guerrieri Costanzo, Vespa (il PM-GIP-GUP del Duemila), Mario Giordano e la sua colorita e demente troupe di inviati, trasformano l’omicidio di un bimbo in un complotto (di chi non si sa) contro la madre. Ci autoconvinciamo che interessandoci del processo Cogne, magari senza aver letto neanche mezza riga di sentenza, ordinanza o decreto che sia, la nostra coscienza si arricchisca di una buona azione. La quale sarebbe, in definitiva, impicciarci ipocritamente della sorte del prossimo, dimenticandoci di tutte le volte in cui il nostro vero prossimo non lo calcoliamo affatto. Morrisey, mitico leader degli Smiths, cantava: “Nella mia vita, perché dovrei dedicare una buona fetta del mio tempo a persone che se ne fregano se io vivo o muoio?”. Ce lo chiediamo anche noi, ma ce lo dovremmo chiedere al contrario: perché dedichiamo tempo a persone di cui non ci importa se sono vive o morte? Diciamocelo: delle vittime di Erba, a parte l’ovvio e legittimo dolore che proviamo da buoni esseri umani, ci dimenticheremo tra non molto. Non è una colpa, non è cinismo. E’ solo che certe cose non possiamo percepirle come nostre. Appartengono ad altri, ai parenti, agli assassini, ai giudici. Purtroppo, però, il sangue fa aumentare gli ascolti ed ecco che subito i becchini del piccolo schermo e del tabloid hanno aperto indagini del tutto personali, corroborate da opinioni di soubrettes, politici, “esperti” di psicologia e criminologia. A volte, è il caso di Cogne, la trasformazione di un infanticidio in fenomeno mediatico è operazione voluta dagli stessi personaggi della vicenda. I coniugi Lorenzi, in prima battuta, si affidarono ad uno dei migliori penalisti su piazza, l’avvocato Carlo Federico Grosso. Dopodichè, preferirono usare tutto il carisma di Carlo Taormina, che come avvocato ancora non si è capito se valga qualcosa, il quale godeva di ottime referenze giornalistiche e televisive ed è riuscito laddove Grosso non aveva nemmeno intenzione di andare a parare. Modificare non solo la vicenda, cioè i fatti, ma addirittura la persona della vittima. Non più il bambino, ma la madre ancora viva, vegeta e condannata in primo grado. Morale: il GIP di Aosta che aveva emesso la sentenza è divenuto un giustizialista senza cervello; Taormina un cavaliere senza macchia nonostante abbia molto probabilmente calunniato un innocente riportando le impronte digitali di un’altra persona sui muri della villetta di Cogne e la Franzoni è giunta a scrivere e pubblicare un libro dal titolo “La verità”. Minchia! Manco Socrate arrivò a tanto. Ad Erba abbiamo potuto assistere a insinuazioni sul presunto colpevole, il marito tunisino che però aveva un alibi di ferro; a inchieste da fantascienza, come quella di un’inviata che è andata a parlare con la cassiera del supermercato dove la Romano – l’assassina – andava a fare spesa per sapere se dai suoi occhi poteva percepirsi ciò che poi siam venuti a sapere; al giornalista, cosiddetto, Bruno Vespa che chiede al padre marito nonno delle vittime cosa pensasse della conversione della figlia all’Islam. Domanda decisiva per le indagini – già concluse - , soprattutto se si considera che l’unico islamico puro della famiglia, il marito, non c’entra nulla. Così come decisivo potrebbe essere conoscere le intenzioni dei sopravvissuti: se si vendicheranno, se perdoneranno, se proveranno a scacciare il demonio dal cuore dei killers, se faranno costruire una stele in una qualche stazione. Intanto, a Roma, il “cold case” di via Poma viene riscaldato da un altro cosiddetto giornalista, cioè Enrico Mentana, che oltre che ridacchiare per prendere in giro un ospite sa anche fare inchieste da urlo. Scopre che il dna trovato sul corpetto della vittima è ricollegabile a quello di una delle trentuno persone risentite dagli inquirenti. Anche questo scoop – che non è tale, perché prima di Mentana ci è arrivata, ovviamente, la Procura – potrà risultare decisivo: sono pochi i paesi al mondo in cui, oggi, un uomo viene condannato unicamente perché il suo dna combacia con quello rinvenuto su un indumento della vittima. Sicuramente, fra questi paesi non c’è l’Italia. Mentana, però, ha creduto opportuno rivelarlo ostacolando, parole del PM romano, le indagini riaperte da poco e ottenendo, forse suo malgrado, che nel pubblico si insinuassero sospetti su persone che verranno, un giorno, definitivamente riconosciute innocenti. La psicosi da scoop che attanaglia i giornali e soprattutto la TV è lo specchio e la bocca della società. I media hanno afferrato il nervo scoperto del pubblico e lo battono incessantemente. Mario Giordano, tragediofilo, meteorofilo, cinofilo, velinofilo, direttore di un agghiacciante telegiornale, a domanda “Perché il suo TG ha successo?” rispose “Perché, evidentemente, diamo al pubblico ciò che vuole”. Risposta più agghiacciante del suo TG, che per chi non lo sapesse è “Studio Aperto”. E se fosse vero? Se veramente non vogliamo di meglio? Ne “Il Marchese del Grillo”, Sordi se ne va a teatro a vedere attori francesi tra cui donne che cantavano, cosa che ai romani papalini suonava come una bestemmia. Sta ad ascoltare le lamentele di alcuni spettatori suoi pari scandalizzati dalla decadenza dei costumi esportata da Napoleone, poi sentenzia: “La verità, cari amici, è che voi ormai non c’avete più niente da dì!”. E’ per questo che certe trasmissioni, certi personaggi, certi fenomeni mediatici nascono e crescono e non muoiono. Noi facciamo gli artisti, i giudici, gli avvocati, i politici, i CT di calcio, ma non abbiamo niente da dire. Né da fare, evidentemente.
postato da Vincenzo Carusi
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