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1 gennaio 2007
Il rispetto per la morte
Appare evidente, nel mondo moderno, come la sensibilità umana abbia ormai perso quell'interesse, quel senso del mistero, quello stupore di fronte ad uno degli interrogativi di fatto più affascinanti della vita dell’uomo: la morte.
Ma in questo senso non ci riferisce tanto alla “morte naturale”, vista da sempre come qualcosa di necessario, che prima o poi deve accadere, e a cui il carattere storico finito dell’uomo non può sottrarsi, quando piuttosto a quelle morti che potremmo considerare di primo acchito “contro l’ordine naturale delle cose”: suicidi, omicidi, stragi, e così discorrendo.
Nella cronaca italiana ma anche estera non sono affatto rari i casi di assassini, di uccisioni di massa, di stragi familiari, ma anzi, tutto ciò costituisce gran parte del patrimonio d’informazione di fronte al quale ci confrontiamo ormai giorno per giorno.
Tuttavia sembra che pur dinanzi a questi episodi, il valore della morte dell’uomo venga considerato meno di quanto meriti, e le notizie delle morti umane si susseguono veloci e fugaci come se fossero parte di un elenco telefonico.

Ma esistono delle morti che segnano la storia dell’umanità, della civiltà umana, morti che ci fanno per un attimo fermare nella caoticità della vita frenetica, suscitando riflessioni profonde, che spesso ci coinvolgono più di quanto noi stessi vogliamo.

Si pensi alla morte di Saddam Hussein: l’esecuzione di un dittatore provoca da sempre un fermento politico ma anche culturale di grande spessore. C’è chi gioisce in nome della Giustizia, chi si oppone fermamente alla pena di morte e chi avrebbe preferito misure più democratiche.
Ma si pensi ora ad una morte di tutt’altro genere, quella di Piergiorgio Welby, che ha commosso gran parte dell’opinione pubblica non senza suscitare enormi problemi sia sul piano giudiziario che, e soprattutto, sul piano morale e bioetico.

D’altronde il problema della morte, è da sempre stato una questione filosofica, poiché non c’è stato pensatore che, in un modo o nell’altro, non abbia espresso una propria posizione di fronte ad un aspetto così problematico.
Fin dall’antichità, i filosofi si caricavano sulle proprie spalle il peso misterioso e conflittuale della morte, proiettandola all’interno di quell’antitesi tra anima e corpo che ne costituiva di fatto il cardine portante.

Secondo Platone, occorre spogliarsi della propria materialità, per attingere al divino che c’è in noi: la mortificazione del corpo conduce altresì alla vita dell’anima, della spiritualità, della contemplazione. Ma pur in un filosofo così marcatamente metafisico non può mancare il riferimento alla vita concreta, alla finitezza umana, così che l’uomo non deve andare incontro al suicidio, ma deve farsi carico proprio nella vita terrena della difficoltà di attingere l’infinito attraverso il finito.
La riflessione sulla morte nella grecità trova poi in Epicuro uno dei suoi massimi rappresentanti, che ha fatto dell’imperturbabilità di fronte alla morte uno dei principi cardini del suo tetrafarmaco: “non dobbiamo temere la morte, poiché quando ci siamo noi essa non c’è, quando invece essa c’è non ci siamo noi…”.

Appare poi evidente, che il tema della morte si sia filosoficamente ampliato e rinnovato attraverso la riflessione cristiana: la vita umana è considerata come segmento finito, irripetibile, all’interno del quale l’uomo può conquistarsi la propria salvezza, seppur attraverso la Grazia divina.
La morte non è quindi vista come semplice “dissoluzione dei composti anima e corpo”, come sosteneva l’atomismo antico, ma si carica di una forte valenza religiosa: è nel momento della morte che l’uomo conquista la vera serenità, nella misura in cui si è fatto portatore della volontà di Dio nella vita terrena, e in questo senso la sofferenza e il dolore giocano un ruolo determinante per la conquista della salvezza.
Ma a questo punto occorre domandarci: in che misura Dio vuole per l’uomo la sofferenza, il dolore fisico, il turbamento spirituale?
Se la vita va conservata perché deriva da Dio (del resto anche per i Greci vivere è conservare la propria essenza, seppur non in una prospettiva provvidenziale), in che condizioni è lecito morire?
In questo senso i precetti ecclesiastici gettano molta carne sul fuoco, generando spesso confusione.

Ritornando al caso Welby, appare strano immaginare, come ha recentemente sostenuto Giovanni Reale in un’intervista rilasciata al “Corriere della Sera”, un Dio buono e misericordioso che voglia che l’uomo si mantenga in vita pur in condizioni estreme, ormai estranee alla vita stessa.
Accettare umilmente la morte non significa desiderarla, bensì rendersi coscienti della propria finitezza. Il valore della vita non è stato assolutamente rigettato da Welby. Egli invece, lottando con tutte le forze che pur gli venivano a mancare di giorno in giorno, ha dimostrato il contrario, ha saputo consapevolmente rendersi conto che era venuto il momento di lasciare un’esistenza che non aveva più nulla da dirgli. Heidegger avrebbe affermato che egli ha saputo assumere in se la capacità dell’”essere per la morte”, ovvero ha saputo caricarsi dell’angoscia che ne comporta senza esserne però al contempo soggiogato. E questo gesto va ben al di là delle sterili critiche di coloro che hanno inveito contro Welby additandolo come portatore del disprezzo per la vita. Essi dimostrano di non avvertire il vero peso della morte, tentando di schiacciarlo con inutili norme morali che non tengono affatto conto della problematicità dell’esistenza.
La morte merita rispetto almeno quanto la vita stessa.
Francesco De Stefano

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