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Comprendere è interpretare
[17/12/2006 20.45]
H.G.Gadamer: Verità e Metodo
Che cos’è la Verità? In che misura posso conoscerla? Esistono esperienze di Verità che vanno al di là del metodo scientifico?
Sono queste, in larga misura, le domande fondamentali che nella seconda metà del novecento alimentano la riflessione filosofica di un grande personaggio del pensiero contemporaneo tedesco: Hans Georg Gadamer (1900-2002).

Questi interrogativi infatti si concretizzano in modo imponente ed efficace nella sontuosa opera gadameriana intitolata Verità e Metodo, pubblicata per la prima volta nel 1960.
Attraverso di essa Gadamer arriverà alla formulazione di una ermeneutica filosofica, ovvero un percorso di ricerca della Verità attraverso la forma dell’interpretazione, esplicitandone le conseguenze anche da un punto di vista ontologico, riguardo l’essere e ciò che ne deriva.

Le eredità passate: grecità, idealismo, Heidegger
Per giungere a queste conclusioni, il filosofo tedesco si trova di fronte alla grande portata teoretica delle riflessioni filosofiche precedenti, a partire dalla metafisica greca, fino ad arrivare all’idealismo speculativo di Hegel, nonché la svolta heideggeriana della “Fenomenologia ermeneutica”, che svolgerà un ruolo fondamentale proprio nel cambiamento di rotta che Gadamer vuole proporre a livello gnoseologico.
Il paradigma greco della Verità portava grosso modo a considerarla come qualcosa di trascendente, come un “oggetto” che può essere contemplato soltanto al culmine di un processo conoscitivo in grado di elevarsi dalla materia sensibile alla formalità perfetta dell’essenza. In questo modo non solo la Verità veniva “oggettivata”, ma il rapporto con essa si limitava ad uno sterile paradigma ottico che negava ogni interazione.
Con il sopravvenire della coscienza moderna invece, la riflessione sulla Verità si arricchisce di almeno due elementi di sviluppo: da una parte fa la comparsa, in quelle che in ambito filosofico tedesco verranno definite le “scienze dello spirito”, la nozione di metodo (attraverso Cartesio), dall’altra, esattamente come nella conoscenza scientifica, l’utilizzo di questo metodo prevede una sorta di “soggettivismo”, che pone il soggetto conoscente in una posizione privilegiata rispetto all’oggetto di ricerca: è il soggetto che applica rigorosamente, in modo “chiaro e distinto”, criteri gnoseologici pre-formati così da interrogare la Verità in modo rigido e cristallizzato.
Ma in questo caso, nota Gadamer, il rapporto con la Verità è un rapporto in cui si è dominatori, e in cui è esclusa ogni relazione reciproca. E’ proprio questa invece, ciò che deve costituire la base salda di una filosofia che voglia cogliere la Verità nel modo più onesto e puro possibile.

La Verità è relazione
La Verità per Gadamer non è altro se non relazione, incontro, possibilità di partecipazione ad un senso, e in questa accezione egli sottolinea il carattere rivelativo dell’esistenza umana, di ciò che Heidegger definiva l’”esserci”: ogni essere umano è il luogo di rivelazione della Verità, coglibile attraverso uno sforzo reciproco di entrambi le parti in gioco.
La Verità non è qualcosa di a sé stante contemplabile sporadicamente, né tantomeno un oggetto pre-esistente a cui posso applicare dall’esterno le mie categorie razionali.
La Verità è bensì costitutiva della storia dell’uomo, della sua esperienza con il mondo, un’esperienza che deve tener conto della dignità della sua finitezza e della impossibilità di raggiungere un sapere assoluto conchiuso in sé stesso.
In questo senso Gadamer inizia la sua riflessione sottolineando, in netto contrasto con la posizione kantiana, la valenza rivelativa dell’essere estetico, ovvero dell’opera d’arte. L’arte infatti non è altro che espressione di un frammento di Verità colto nell’esperienza che l’uomo ha dentro la storia. Ogni opera d’arte esprime la totalità di un senso che non è costruzione arbitraria, ma che va colto nella sua pienezza attraverso una mediazione tra il mio mondo presente e quello passato a cui appartiene l’opera stessa.
Analogamente, anche un testo scritto, una letteratura, un dato storico, mi permettono di attingere ad un orizzonte a me estraneo, che mi impone di avere rispetto per l’alterità dell’altro senza però considerarlo totalmente distante da me, ma ricostruendo quella storia degli effetti che lega la mia realtà a quella passata e che mi rende partecipe di un mondo comune, attraverso quella che Gadamer chiama “fusione di orizzonti”, in cui una Verità passata entra a far parte del mio mondo e, viceversa, la mia soggettività entra a far parte del mondo della Verità passata.

Il valore conoscitivo dell’ermeneutica
E’ in questo contesto che si instaura l’ermeneutica, che Gadamer è ben lungi dal considerare come un’arida tecnica dell’interpretazione. L’ermeneutica acquista universalità sul piano della conoscenza non tanto in virtù di una certezza metodologica, quanto piuttosto per il fatto che l’interpretazione equivale alla stessa esistenza umana ( Heidegger sesso aveva affermato: esistere è interpretare). In questo senso per Gadamer la Verità può essere colta solo in virtù dell’interpretazione, poiché ogni disciplina, anche quelle scientifiche, se ne serve in una certa misura.
Ma interpretare non costituisce una sorta di relativismo, come invece facilmente si può credere in una ricezione immediata del termine, nel senso di affermare che ogni interpretazione soggettiva è valida per sé stessa. Nel momento in cui interpreto infatti, mi devo porre secondo Gadamer in una situazione di riguardo e rispetto nei confronti della Verità, così che i miei personali pregiudizi non vadano ad intaccarla corrompendola, ma trovino validità o meno man mano che la si esperisce.
In questo senso ogni interpretazione coglie un frammento di Verità in una certa prospettiva che non relativizza la Verità, ma la fa emergere secondo un certo punto di vista, in modo onesto.

L’essere è linguaggio
Se a ciò poi si aggiunge che secondo il nostro filosofo ogni interpretazione, e quindi ogni comprensione, si svolge in virtù del linguaggio, ovvero della capacità universale di legare pensiero e parola che si è mirabilmente sviluppata nella multiformità delle lingue, ecco che l’ermeneutica assume uno sfondo ontologico che gli permette di avere una pretesa universale e la porta a coincidere con la stessa filosofia: “l’essere che può venire compreso è il linguaggio”.
E’ grazie al linguaggio, inteso come organismo vivente e non come strumento, che l’uomo può avere un mondo ed allo stesso tempo può incontrare la Verità, comunicabile proprio in virtù della sua linguisticità.

Ecco allora che la Verità si viene a svincolare da pretese assolutistiche e soggettivistiche, nonché da conclusioni scettiche o nichilistiche: essa costituisce la pienezza della vita dell’uomo, essere storico-finito in costante relazione con un senso, il senso vero e puro, incontaminato, dell’esistenza umana.



postato da Francesco De Stefano

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