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9 dicembre 2006 Marie Antoinette di Sofia Coppola Austria 1770: la figlia della regina, Marie Antoinette, si sveglia e affronta la giornata che cambierà per sempre la sua vita. Versailles: 16 ottobre 1793, viene ghigliottinata, la Rivoluzione francese pone termine alla monarchia e alla sua vita. Si può racchiudere in queste due date significative la vicenda documentata di una delle regine più note della Storia. A soli 15 anni Marie Antoinette, a seguito di decisioni politiche prese dalla famiglia, deve lasciare il suo paese, tutti i suoi affetti ( proprio tutti perché non le sarà permesso portare con sé nemmeno il suo cagnolino) per trasferirsi a Versailles e diventare Regina di Francia. Impreparata ad un ruolo così impegnativo, la ragazza, sulle cui spalle sono stati caricati i destini degli stati d’Austria e di Francia, deve imparare la fredda intransigenza della vita di Corte e scontrarsi con la delusione di aver sposato un uomo che non ha nessun interesse per lei, trovandosi soffocata in quello stretto mondo, nel quale può avere tutto ciò che desidera di materiale, ma non può avere l’amore e la libertà di essere sé stessa. Sofia Coppola, che trae ispirazione dalla biografia storica "Marie Antoinette: The Journey" di Antonia Fraser (2002), la quale osa una lettura alternativa dell'esistenza della giovanissima regina,ci guida attraverso il difficile percorso che questa regina/bambina deve affrontare, passando attraverso la delusione delle sue aspettative e mostrando i retroscena della vita di corte, il lusso, lo sfarzo, ma anche e soprattutto le contraddizioni e le sofferenze di una vita da regnante. Nei silenzi delle grandi sale del palazzo reale, i bisbigli dei cortigiani sono come lame taglienti per Marie Antoinette che, nella seconda parte del film decide di non curarsene accettando il compromesso di una esistenza vissuta all’insegna dello sfarzo. Quello che però la Coppola vuole sottolineare, non sono né gli aspetti storici della vicenda, né eventuali giudizi morali sullo sontuosità e sulle usanze del tempo, bensì, vuole esplorare le difficoltà di crescere per una giovane donna, qualunque sia il luogo o l'epoca in cui si trova a vivere. Questo tema era già stato affrontato negli gli altri suoi due film: il giardino delle vergini suicide (1999), ambientato nell’ottusità di una famiglia americana degli anni ‘70 , che ha sempre per protagonista la Dunst, e lost in translation (2003), ambientato in una Tokio dei giorni nostri dove la protagonista, Scarlett Jhoansson, vive parallelamente la difficoltà di comunicazione in un paese straniero e la difficoltà di comunicare con se stessa . La regista, ci offre un film decisamente sperimentale, una sorta di Romeo +Juliet di Baz Luhrmann al contrario, infatti, nel film film di Luhrmann, l’ambientazione è contemporanea e i dialoghi sono invece quelli scritti da Shakespeare. In questo film invece l’ambientazione è quella del ‘700, il film è stato girato nella vera Versailles ma, i dialoghi sono estremamente attuali. Il ritratto personalissimo che la Coppola fa di Marie Antoinette esula da quelli formali fatti fin ora e ci mostra la regina nella sua intimità, anche se questo obiettivo è stato raggiunto a discapito della precisione storica Il film ha ricevuto critiche proprio sul punto dell’imprecisione storica e sul fatto che il popolo, che porrà fine alla sua vita, compare solo a 20 minuti dalla fine e come elemento di disturbo della vita di corte che lentamente si fa sempre più vicino fino a irrompere nella scena, ma la scelta è stata voluta per far sì che, più che sugli eventi, sugli atti, ci si soffermasse sulle scene, per farci andare oltre il copione, per farci riflettere sui dialoghi. L’originalità e sperimentazione di questo film quindi, non si ferma ad una visione non convenzionale del ruolo della regina di Francia, ma sta anche nel voler immergere la vicenda in una temporalità senza epoca. Ne esce una sorta di “Lady D in costume”, una fashion victim che riempie lo schermo per 123 minuti con i suoi sentimenti I costumi, di Milena Canonero, sono straordinari e curati nei minimi dettagli che emanano un alone estremamente glamour. La macchina da presa inquadra con particolare attenzione gli "oggetti", mostrandoci abiti preziosi, scarpe di ogni foggia, acconciature improbabili, torte dai colori pastello, raffinatezze di ogni specie evidenziando con humour l’assurdità di molti "riti" di corte, attraverso gli stessi occhi della protagonista. Tuttavia, nonostante le tinte pastello e i toni spensierati, il film si serve di un progressivo scurirsi delle scene per scandire gradatamente la progressione drammatica delle scene, che culmina infine con la scena ricca di pathos nella quale Marie Antoinette si affaccia al balcone del palazzo e si inchina al popolo in segno di resa. La colonna sonora, curata da J.Dunchell e N.Godin, mescola sapientemente musica classica a brani di Bow Wow Wow, New Order e Phoenix, facendoci apparire moderna una storia antica, ed evitando gli stereotipi storici e la ricostruzione politica. Kirsten Dunst è quasi perfetta nel ruolo, e comunica qualcosa con ogni sguardo e in ogni inquadratura, come anche il resto del cast, notevole e che contribuisce alla riuscita del film. Anche Jason Schwartzman è notevole nell'interpretare l'impacciato Delfino francese inetto quasi in tutto. Tra gli interpreti anche l’italiana Asia Argento, forse più apprezzata all’estero che in Italia, nel ruolo della contessa Du Barry. Il montaggio palpitante di S.Flach accompagna brillantemente il gusto raffinato per l'inquadratura che è diventato ormai un “marchio di fabbrica” per la regista americana Il film esce dagli schemi, non è un film storico né una sorta biografia intimista e in conclusione, la Coppola la si può criticare di essere concessa troppe libertà, di eccedere con il decor visivo, ma la sua opera è apprezzabile e singolare e grazie alle immagini, ai suoni e allo sguardo di Antonietta si viene trasportati all’interno della storia.
Carol Suprani
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