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1 dicembre 2006 Un consiglio per capire Dopo che, con la Giornata Nazionale contro la violenza sulle donne del 25 novembre, sono emersi dati sconvolgenti sulla realtà femminile del nostro paese, in cui la prima causa di morte o invalidità permanente delle donne tra i 15 e 45 rimane una violenza compiuta da un familiare o dal partner stesso, in cui c’è ancora bisogno di spronare l’opinione pubblica alla partecipazione femminile, in cui ci sono solo sei ministri donne e in cui cala ancora un silenzio medievale quando si parla di aborto o fecondazione assistita, è utile “rispolverare” un libro che ha fatto la storia della “riscoperta” (se mai c’è stata una scoperta) dell’universo femminile. Per questo, dopo molto tempo, è giusto proporre << Una donna >> di Sibilla Aleramo. Questo romanzo, del 1906, è la cronaca della giovinezza dell’autrice stessa, in cui viene descritto un percorso di coscienza storica e di liberazione, sempre dettato da una perpetua ricerca della felicità. Una felicità che è sentita come sicura e vicina durante un’infanzia agiata, colma di cure e di studi nella buona società borghese del nord Italia, (la protagonista è ,infatti, figlia di un giovane imprenditore la cui carriera si prospetta brillante) ma che viene sempre più messa in discussione col trasferimento di tutta la famiglia in un paesino del Meridione. La ragazza viene, suo malgrado, invischiata nella logica del matrimonio “obbligato” con un ragazzotto gretto e approfittatore, che lavora come dipendente nella fabbrica di suo padre; da questo momento, in un susseguirsi di avvenimenti che trasformano tutto il suo mondo, come la malattia nervosa della madre, o il sospetto di un’ infedeltà del padre, il quale per lei è sempre stato un “monumento di integrità”, la prospettiva della serenità si trasforma in una profonda disperazione, consolata soltanto dalla nascita di un figlio, che, per i seguenti dieci anni, rappresenterà “l’unico vincolo che la tiene legata alla vita”. E’ sola, condannata a subire la soffocante atmosfera del paese, l’egoismo, la violenza, la repulsione per la cruda sessualità del marito, costretta a vivere chiusa in casa, non le resta che dedicarsi al suo unico passatempo: la scrittura. Proprio questa passione le permetterà di passare un breve periodo di tranquillità, lavorando a Roma per una rivista velleitariamente femminista, ma non di liberarsi dall’oppressione che la circonda. La sua lotta e l’autodeterminazione che ogni individuo ha per la sopravvivenza la porteranno dinanzi a una scelta terribile, che non la condurrà, comunque, a vivere in modo compiuto, ma, semplicemente, ad osservarsi vivere. Da molti considerato il primo libro femminista, questo romanzo ritrae ,invece, solo in secondo piano le vicende che accadono realmente negli anni in cui i fatti si svolgono; quando si finisce di leggerlo rimangono, effettivamente, la sensibilità e il senso di inadeguatezza di una donna che ha pagato per tutta la vita le conseguenze dell’avere idee troppo moderne per l’epoca in cui è vissuta.
La Pasionaria
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