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Cartina del mondo28 novembre 2006
La svolta del 7 novembre
Per i governi planetari e managements delle grandi imprese, il 2006 è già archiviato, ed è il 2007 ad occupare i loro pensieri... Si esamina ciò che è inevitabile, perché già iscritto nel calendario, si specula sul probabile...
Procediamo ad un piccolo giro d'orizzonte per rendercene conto.
Nel mese di maggio del prossimo anno in Francia si terranno le elezioni presidenziali e per la prima volta potrebbe essere eletto un presidente donna.
Giorno dopo giorno abbiamo la conferma come l'attuale presidente Jacques Chirac abbia perso credibilità verso l’elettorato francese e quindi la possibilità di farsi rieleggere. La sua politica ha addirittura fatto crescere i consensi a favore della sinistra, e messo in difficoltà chiunque sarà il prossimo candidato proposto dalla destra.
Nel Regno Unito, il primo ministro Tony Blair, decisamente poco propenso a lasciare Downing Street, è stato fortemente spinto dal suo stesso partito a non ricandidarsi: si è dunque, suo malgrado, impegnato a non ripresentarsi e, salvo imprevisti dell’ultima ora, lascerà anche lui nel mese di maggio 2007 una carica ricoperta per dieci anni.
Gli americani dovranno tenersi George W. Bush alla Casa Bianca ancora per altri due lunghi anni (2007 e 2008) ma, fortunatamente per loro e per noi , dall'8 novembre è soltanto un presidente repubblicano con le ali tarpate, strettamente controllato da un congresso a maggioranza democratica. La sua politica sarà conseguentemente meno dannosa?
Le sue due anime dannate, Dick Cheney e Donald Rumsfeld, hanno in ogni caso perso: il primo la superbia, il secondo la carica ricoperta. Tra alcune settimane cadrà nella trappola un altro maligno, l’inqualificabile John Bolton, inviato da Bush all'ONU come ambasciatore-proconsole per controllare l'organizzazione internazionale.
Le elezioni legislative americane del 7 novembre hanno dato alla pessima politica di George W. Bush una battuta d'arresto, tale da stravolgere l’intera politica mondiale, nonchè le prospettive per il 2007.
Ritornerò più avanti sugli Stati Uniti dopo una breve e necessaria escursione in Africa dell'Ovest.
Riuscirà la Costa d'Avorio a conoscere nel 2007 le elezioni presidenziali e legislative che la Comunità Internazionale sta tentando di organizzare per farla uscire dalla crisi in cui si trova? Niente di tutto ciò è meno sicuro.
Questa crisi è stata provocata dai suoi dirigenti maneggioni, che da oltre sette anni governano il Paese, riuscendo nell’impresa di fargli perdere il primato sulle altre nazioni della regione. Se lo scrutinio e l’uscita dalla crisi non avranno luogo nel giro di un anno, e al momento non è stato neppure programmato un termine per le elezioni, è di una ben’altra Costa d'Avorio di cui l'Unione Africana e la Comunità Internazionale dovranno occuparsi dalla fine del 2007.
Agli inizi del 2007 in due paesi africani dell'Ovest, dove la democrazia sembra meglio stabilizzata, il Senegal ed il Mali, i due presidenti in carica, Abdoulaye Wade ed Amadou Toumani Touré, probabilmente otterranno un secondo mandato senza correre seri rischi.
Alle loro frontiere, la Mauritania dovrà dimostrare che una democrazia sorta da un colpo di Stato può sorprendere piacevolmente: osserveremo con attenzione nel mese di marzo 2007 le sue prime elezioni presidenziali veramente trasparenti e riconosciute come tali da una moltitudine di osservatori internazionali...
Spiegheremo adesso più approfonditamente e con maggiore attenzione l'evolversi delle situazioni in Iraq e negli Stati Uniti, strettamente correlate fra loro, che alcune settimane fa hanno avuto una svolta.
Infatti il 5 novembre un tribunale fantoccio istituito ad hoc dai potenti occupanti, ha condannato alla pena capitale mediante impiccagione il vecchio dittatore irakeno Saddam Hussein; e già il 7 novembre, è iniziato un secondo processo per altri gravi reati che presumibilmente lo condannerà per la seconda volta nel 2007 alla stessa pena.
Penso che i co-organizzatori del processo, cioè coloro che sono oggi al potere in Iraq e coloro che da Washington li hanno installati, ci terranno a fare impiccare questo dittatore sanguinario che ha represso ed umiliato i primi e fatto perdere la ragione ai secondi.
La condanna è più vicina alla vendetta politica che alla giustizia e nessuno ne uscirà moralmente cresciuto.
Il nostro collega Robert Fisk, uno dei migliori osservatori di questo scherzo politico, la descrive in questi termini: "Dunque, questo vecchio alleato dell'America è stato condannato a morte per crimini di guerra commessi quando era il migliore amico di Washington nel mondo arabo". Tutto questo nonostante che gli Stati Uniti non abbiano mai ignorato le sue atrocità e addirittura gli abbiano anche fornito il gas per commetterle; ma altrettanto coinvolto è certamente anche il Regno Unito; abbiamo anche saputo che il 5 novembre (giorno della condanna a morte di Saddam), secondo i pensieri della Casa Bianca, è un nuovo "grande giorno per l’Iraq".
… Certamente, il dittatore merita una pena simile; o non la merita affatto. Non ci può essere verdetto più giusto, né di più ipocrita. È difficile immaginare un mostro che meriti altrettanto la forca, ma è troppo facile pulirsi la coscienza giustiziandolo.
Questo 7 novembre 2006 sarà ricordato perché avrà tolto all'America e al mondo l’onnipotenza di George W. Bush, l'incompetente; la presenza al potere di Donald Rumsfeld, il malvagio; l'influenza nociva di Dick Cheney, il tenebroso.
Il Financial Times di Londra ha scritto:
"Gli americani hanno infine iniziato a fare pagare ai dirigenti repubblicani e all'amministrazione di George W. Bush la loro incompetenza ed il loro mancato rispetto del diritto."
In seguito alla cattiva conduzione politica di Bush e del suo di staff, l'America è diventata per molti paesi una ben più grave minaccia che il teocratico Iran.
A dispetto delle manomissioni, della cultura dell'estremismo e dell'intimidazione che sono fiorite in questi ultimi cinque anni, il popolo americano ha mandato un segnale chiaro che ne aveva abbastanza di questa amministrazione.
Il New York Times è stato ancora più chiaro:
"Gli elettori americani hanno mostrato evidentemente che vogliono un cambiamento nella politica verso l’Iraq. Il presidente George W. Bush si è liberato dell'uomo i cui errori di giudizio e l'autorità malriposta hanno tanto contribuito a creare il pantano iracheno.
Ma la partenza di Rumsfeld è soltanto un primo passo. Deve essere seguito da un cambiamento fondamentale di politica se si vuole che i soldati americani rientrino in casa senza lasciarsi dietro un disastro”.
Dotati di un potere ampio e poco controllati, George W. Bush e gli uomini di cui si è circondato, hanno tenuto finora l’apice del potere: erano pertanto estremamente pericolosi. Coloro che conserveranno le cariche saranno ormai meno potenti perché sottoposti a controlli e limitati ad occuparsi degli affari correnti. Era ora!
Ma la loro influenza non scomparirà da un giorno all'altro, né gli effetti della politica odiosa che adottano da quasi sei anni.
Il 7 novembre 2006 sarà ricordato, certamente, ma sarà soltanto l'inizio della fine di una pessima fase della storia. L'anno 2007 e il successivo saranno, penso, due anni di transizione verso un'epoca segnata su tutti i continenti dall'arrivo nei posti chiave del potere di uomini e di donne nuovi.
Ci vorranno anni per uscire dall’imbroglio nel quale Bush & Co hanno messo le relazioni internazionali: l'Afganistan disarticolato, l’Iraq in pezzi, il conflitto Israeliano-palestinese più feroce che mai, la Corea del Nord e l'Iran sono demonizzati e possiamo scommettere che la cosa non li renderà certamente più tranquilli; l’islamismo si rinforzerà anziché ridursi, l'America latina è sull’orlo della sommossa, l'Africa è lasciata all'abbandono ed ai suoi demoni...
Queste sono grosso modo le situazioni da correggere dopo il passaggio dell'uragano Bush-Cheney-Rumsfeld sull'America e, indirettamente, sul resto del mondo.

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