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27 novembre 2006
L'intoccabile sig. Mancini
In seno all’Inter pare che qualsiasi critica loro rivolta sia considerata un attentato all’integrità morale (auto)conclamata dei sodali nerazzurri, a tal punto che chiunque osi parlare in termini negativi o non positivi di Moratti, Mancini e soci sia tacciato di lesa maestà.
Gli ultimi in ordine di tempo a finire sotto tiro sono stati Chiara Geronzi e Sergio Cragnotti. La prima, ex socia della famigerata Gea World i cui principali attori saranno con ogni probabilità rinviati a giudizio, si è permessa di rivelare, sotto interrogatorio presso regolare Procura della Repubblica e non a casa di qualche giornalista nemico dell’Inter, che soci fondatori della Gea erano Francesca Tanzi, Andrea Cragnotti, Giuseppe De Mita e lei stessa. Le quote societarie erano così ripartite, secondo il racconto della Geronzi: 20 percento lei, Cragnotti jr. e Tanzi jr. e un restante 40 percento in mano a una società fiduciaria, la Roma Fides, composta da De Mita e Roberto Mancini. Cosa, quest’ultima, che smentisce clamorosamente lo stesso trainer interista il quale aveva sempre negato ogni appartenenza passata in quella società di manigoldi.
Sergio Cragnotti, ex patron della Lazio, ha invece rivelato al Corriere della Sera che Mancini aveva spinto per il suo allontanamento dalla Lazio e che quando questo è avvenuto, “la gestione della Banca di Roma gli ha aumentato lo stipendio da due a sette miliardi netti. Poi lui se n’è andato all’Inter portandosi dietro i migliori”. Ovviamente, da Milano via Durini sono arrivate le prontissime smentite degli interessati diretti (Mancini) e indiretti (Moratti), scandalizzati dall’accanimento mediatico a cui sono sottoposti da mesi.
Ricapitolando le fasi di questo accanimento, perlomeno quello contro l’allenatore: l’ineffabile signor Mancini Roberto da Jesi, nella stagione 2000-01 era impossibilitato secondo il regolamento federale ad allenare squadre diverse dalla S.S. Lazio, poiché aveva iniziato la stagione come allenatore in seconda di Sven Goran Eriksson. Una deroga ad personam, non consentita dal momento che tutti i tesserati FIGC sono uguali di fronte ai regolamenti, gli permise di passare quella stessa stagione alla Fiorentina, nel febbraio 2001. Dopodiché, tornato alla Lazio stavolta come capo timoniere, pensò bene di incoraggiare alcuni suoi fedelissimi ad abbandonare i capitolini per recarsi a Milano, sponda Inter, durante la stagione 2003-04, l’ultima a Roma per lui. All’epoca e come ha ben ricordato lo stesso Mancini, il solo Stankovic prese la via del nord in corso d’opera. L’anno dopo, insieme a Sua Santità Roberto, si tinsero di nerazzurro Favalli e Mihajlovic. Si sarebbe portato dietro anche Jaap Stam, il quale, una volta passato al Milan, rivelò che Mancini gli ruppe le scatole un anno intero per convincerlo a seguirlo all’Inter, ma lui rifiutò. La Lazio versava in una quasi irreversibile crisi finanziaria correlata con quella che stava attanagliando Cragnotti senior e la sua Cirio e in termini giuridici, quello operato dal Mancio, che al tempo era azionista quindi socio della S.S. Lazio, si chiama “storno di dipendenti” che integra un’ipotesi di concorrenza sleale quando mira a creare nocumento alla società concorrente mediante modalità maliziose, scorrette, subdole e/o menzognere come, ad esempio, il proselitismo svolto da dipendente infedele dell’impresa rivale all’interno di questa, indice di storno che si adatta alla perfezione con l’attività finale del Mancio alla Lazio.
Mancini sfruttò la crisi della sua società per perseguire i propri futuri interessi, conscio che il suo passaggio all’Inter era sicuro. Infatti, a fine campionato 2003-04, il di allora presidente Facchetti andò in conferenza stampa per confermare Zaccheroni sulla panchina dell’Inter, ma il buon Moratti lo sputtanò amorevolmente annunciando pochissimi giorni dopo l’arrivo di Mancini. Tanto, la figuraccia l’avrebbe fatta Facchetti e non un rinomato gentleman.
Quando gli fanno notare tutte queste belle porcherie, il Mancio si inalbera, strepita, urla, smentisce. Perché, invece, non va in Procura a rendere dichiarazioni spontanee contrarie a quelle rese dalla Geronzi? Perché non querela Cragnotti? Perché non querela i giornalisti che hanno pubblicato queste scemenze, come dice lui? Invece non le fa queste cose, perché forse non avrebbe argomenti a suo favore da giocare. Meglio per lui insultare gli arbitri a fine gara per un intero girone d’andata passato a farsi pareggiare da avversari più modesti, nonostante la colonia di ex laziali che si era portato dietro, contandoci anche Veron. Sa gridare “Vergognati!” a Trefoloni per aver invertito una punizione a centrocampo da cui nacque il gol del definitivo pareggio, guarda caso, della Lazio (stagione 2004-05); sa chiudere Paparesta, insieme ai suoi scudieri ex laziali, nello spogliatoio (emulando così il suo nemico giurato Moggi) per aver fischiato una punizione (giusta) da cui nacque il gol-vittoria della Juve a Milano (stagione 2005-06, quella dell’agognato scudetto); quando Zeman accusa di doping un’intera società gli dà ragione nonostante una sentenza di assoluzione pronunciata da un tribunale, mentre quando il boemo rivela di aver sempre saputo della sua appartenenza alla Gea, Zeman diventa improvvisamente un ciarlatano. Quando, invece, pareggia con la Juve nonostante una mancata espulsione di Toldo (2004-05), quando vince con una punizione inesistente contro l’Ascoli, quando al Cagliari negano sullo 0-0 un rigore su Suazo e non cacciano Stankovic poi squalificato tramite prova TV, quando negano un rigore che poteva far pareggiare il Treviso per fallo di Cordoba su Borriello (2005-06), quando l’anno dopo gli arbitri si ripetono contro la Reggina per un “mani” di Stankovic in area, quando nella stessa partita non cacciano Vieira per una gomitata, quando a Palermo gli fischiano a favore una punizione che sarebbe invece rigore per i siciliani per fallo di Cordoba su Amauri, quando non fermano il gioco per fallo di Vieira da cui nasce il gol della vittoria dell’Inter (stagione in corso), San Roberto è colto da acuti attacchi di obnubilamento e di queste cose non si rammenta. Anzi, se la prende violentemente con chi gliele ricorda semplicemente adoperando la cosa che a lui manca di più: l’onestà intellettuale.
Però, come abbiamo potuto constatare la scorsa estate, l’ora del redde rationem, presto o tardi arriva per tutti. Arriverà, ne siamo sicuri, anche per l’intoccabile condottiero degli onesti.
Vincenzo Carusi
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