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17 novembre 2006 L’uomo è un animale (politico?) Il fatto che un ragazzo autistico venga picchiato e riempito di sberleffi dai propri compagni di scuola, sotto un’attenta ripresa “cinematografica”, è sicuramente ben lungi dal suscitare stupore nella società moderna, abituata a certi tipi di inciviltà, più o meno sottolineati dai giornali e dalle tv, spesso più per “dovere di cronaca” che non per una reale partecipazione denunciativa. L’”animalità” dell’essere umano getta al giorno d’oggi la base della maggior parte dei rapporti interpersonali, e a dir la verità non ci facciamo molto più caso, a meno che una certa situazione riprovevole non ci riguardi personalmente o sia abbastanza eclatante dal farci riflettere almeno per un secondo.
Aristotele a suo tempo coglieva genialmente l’essenza dell’essere umano: egli affermava che l’uomo è “animale politico”, in quanto non si ferma agli aspetti vegetativi e sensitivo-appetitivi della propria anima, ma sa elevarsi razionalmente verso la felicità personale, che si realizza appieno in una società di uomini, con cui egli sa stare in armonia in virtù della legge giuridica ma ancor prima “metafisica” a cui egli appartiene. Sembra evidente che questo ideale politico non sia affatto immanentizzato nella società attuale, ma questa affermazione non vuole essere una sterile proposizione retorica. Ciò che stupisce di più è come si sia perso totalmente quell’atteggiamento di rispetto nei confronti dei propri simili, e come venga di fatto infranta una delle leggi morali fondamentali che sta alla base della società umana, al di là delle religioni e delle particolari ideologie politiche, quella che Kant aveva squisitamente esposto in una delle sue celebri formulazioni dell’imperativo categorico: “Agisci sempre in modo da trattare gli altri non come semplici mezzi ma bensì come fini”. Ciò definisce una conseguenza necessaria e fondamentale, ovvero la necessità di accettare e rispettare a pieno titolo la diversità altrui, “riconoscendola” ( come avrebbe detto Gadamer) e facendo in modo che il suo mondo entri nel proprio, e viceversa. Pur in un pensiero così pieno del concetto di guerra e conflitto come quello hegeliano l’”Altro” viene ad assumere una importanza eccezionale soprattutto per la sua dignità.
In un Paese in cui l’integrazione sembra essere uno dei massimi problemi, ci troviamo invece di fronte ad una situazione che schiaccia di fatto tutte le possibili prerogative morali e ancor prima vitali che si dovrebbero avere nei confronti dell’”Altro”. Ma dinanzi a certi episodi, è lecito pensare all’uomo non più come “animale politico”, ma più propriamente come animale. E pensare che la ragione, la rispettabilità, la dignità, sono stati per tanti secoli le questioni per cui ci si è battuti.
Francesco De Stefano
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