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14 novembre 2006 Tutto quello che splende I dirigenti politici dei Paesi africani sono quasi tutti appena stati a Pechino, capitale della Cina, per partecipare al "Summit sulla cooperazione cino-africana", che si tiene ogni tre anni. Già negli anni ‘60 la Cina affascinava, mentre era ancora molto povera governata da Mao Tse Tung e Chou En Lai, questo grandissimo paese aveva già fatto della sua capitale un luogo di pellegrinaggio. Ma, all'epoca, andavano soprattutto i giovani, poiché, a quei tempi, i dirigenti adulti prendevano piuttosto la strada per Washington, dove splendeva John Fitzgerald Kennedy. Quella Cina degli anni ‘60 si interessava già all'Africa. Il Primo Ministro Chou En Lai aveva fatto il giro del continente nel 1964, per attirarlo verso il comunismo cinese ed allontanarlo dalla sfera d’influenza dell'occidente e dell'Unione sovietica. La Cina non ha un passato da colonizzatore ed i suoi dirigenti attuali affermano in primo luogo che non si inseriscono negli affari interni dei paesi africani, rispettandone la sovranità. Ma, al di là dei discorsi ufficiali, è anzitutto il sottosuolo africano che interessa la Cina d'oggi, poi il mercato costituito dal continente nero e infine, i rappresentanti africani che hanno voce nelle istanze internazionali. Per i dirigenti cinesi di ieri come per quelli d'oggi, l'Africa è dunque un oggetto, non realmente un partner. Di chi è la colpa, se non degli Africani stessi, che non sono ancora gli attori della loro storia? Ma questa Cina che splende di tutti i suoi fuochi e ci affascina con i successi economici che accumula e con il suo "come-back" a grandi passi, essa è per gli Africani, questa volta, il modello buono? Ai giovani che si meravigliano di vederla salire a quattro a quattro le scale verso una grandeur da cercare va ricordato innanzitutto che la Cina di ieri ha già stregato i loro genitori, ma si è rivelata essere un modello fasullo; e che quella del 2006 è ancora governata da questo Partito Comunista ormai superato che nessuno sa quando intraprenderà una revisione profondamente democratica e così porre fine all'era del partito unico, accaparratore. Con riferimento al terzo mondo è più interessante l'esempio meno spettacolare che ci viene dato da tre belle democrazie - per ciascuno dei tre grandi continenti: l'Asia, l'Africa e l'America Latina. Hanno alla loro testa, attualmente, tre uomini seri, ma che non pretendono di stupire e conducono una politica economica e sociale coraggiosa, rispettando le leggi del capitalismo e i " fondamentali" che queste impongono. I tre dirigenti, prima citati, hanno ottenuto per i loro paesi una crescita economica sostanziale, sana e duratura, che permette di fare arretrare la povertà, obiettivo dichiarato della loro politica. Si sta parlando ovviamente del Brasile, dove il presidente Luiz Ignacio Lula da Silva si è appena fatto rieleggere; del Sudafrica, che ritorna da lontano, come ce l’ha ricordato la morte, questo 31 ottobre, nel suo letto, a 90 anni, di Pieter Botha, ultimo capo del regime della segregazione; e della repubblica indiana, alla quale nessuno contesta lo Statuto di più grande democrazia del mondo. Questi tre paesi si sono raccolti nell'ambito di una tribuna di dialogo: Ibas (India-Brasile- Sudafrica) e il loro primo vertice si è tenuto a Brasilia il 13 settembre scorso. Nell’Ibas sono glorificati i valori pluralistici che avvicinano i tre paesi fondatori e le relazioni Sud-Sud alle quali si sono detti attaccati. L'obiettivo che si sono fissati è audace: "modificare la geografia commerciale del mondo per raggiungere una migliore ridistribuzione delle ricchezze". Secondo dati statistici internazionali che descrivono i risultati economici dei tre paesi menzionati, messi, poi, a confronto con quelli della Cina, a partire dal 1990; si evince che la Cina cresce con tassi d’incremento molto superiori. Nell’area Ibas la povertà arretra lentamente, troppo lentamente. Ma quest'arretramento è costante da un anno all'altro nel corso dei diciotto anni (1990-2007). Grazie ai progressi dell'istruzione, l'ascesa sociale ha funzionato nel corso di questo periodo e, poco a poco, si è costituito, in ciascuno dei tre paesi, questa famosa classe media, colonna vertebrale di ogni regime democratico. E' interessante altresì apprendere che sono state condotte indagini d'opinione in ciascuna delle tre repubbliche, nelle quali si è posta ai cittadini la domanda seguente: accettereste di rinunciare alle vostre libertà democratiche (o ad una parte di esse) contro una crescita economica, due o addirittura tre volte più rapida, alla cinese? Nei tre paesi, la grande maggioranza delle persone interrogate ha risposto con un "no" sonoro e convinto: dal momento in cui si ha il pane quotidiano, le libertà diventano l'acquisizione alla quale non si vuole rinunciare più e che si mette al di sopra del benessere materiale. In quest'inizio di XXI°secolo, la democrazia è dunque diventata la fase suprema della politica. Peccato che questa semplice verità sia ancora trascurata da troppi di questi dirigenti africani, oggi in pellegrinaggio a Pechino: il "modello" cinese, d'altra parte impraticabile, funge loro da giustificazione, più esattamente da alibi, mentre il molto vicino Sudafrica dovrebbe essere per loro l'esempio da seguire.
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