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Socrate28 ottobre 2006
La virtù è conoscenza: l’etica di Socrate
Le prime domande che il mondo della Filosofia antica si pone, attraverso la voce dei Naturalisti, riguardano esclusivamente tutto ciò che concerne la “Physis”, ovvero il mondo naturale e i suoi principi primi, nel tentativo di effettuare quella “redutio ad unum” che potesse condurre alla scoperta di qualcosa di “primo”, di eterno, di incorruttibile, da cui derivassero tutti gli “enti”. La prima filosofia è appunto una filosofia dell’archè, cioè una ricerca, attraverso l’uso della razionalità del “logos”, di ciò che potesse considerarsi come origine e causa di ogni cosa.

Ma pochi secoli più tardi fece potentemente irruzione nel panorama filosofico antico una figura destinata a divenire un essenziale punto di riferimento per i pensatori successivi, nonché portatrice di una svolta tematica eccezionale, che vedeva, sulla scia di quanto avevano fatto precedentemente i Sofisti, svincolare la domanda filosofica dal principio degli “enti” naturali per tramutarla in una acuta riflessione sull’essenza dell’uomo. Questa maestosa figura del pensiero greco antico, che così tanto influenza ancora oggi, si svela sotto il nome di Socrate.
Questi seppe in maniera geniale abbracciare la domanda filosofica da un punto di vista antropologico, arrivando a costituire la propria riflessione attorno ad un principio cardine, quello del “Conosci te stesso”. In questo modo Socrate inaugurava un pensiero che sarà tenuto ben presente da Platone ed Aristotele per quanto concerne l’ambito dell’Etica, ovvero della riflessione filosofica attorno al concetto di Bene. Quest’ultimo infatti, secondo Socrate dipende in modo fondamentale dalla conoscenza di sé: l’uomo deve capire fino in fondo la sua essenza, la sua inclinazione e quindi la sua razionalità, per arrivare a contemplare ciò che di più divino risiede in esso, la sua “psichè” o anima.
Il Bene è così ciò che è consono alla dimensione più propria e migliore di noi stessi, all’anima conoscitiva e razionale.
Da questi presupposti, che come già affermato sono accolti con grande intensità da Platone e Aristotele, conducono però Socrate a formulare una concezione della vita morale e della virtù destinata ad essere fortemente criticata, e che può essere brevemente riassunta nella famosa accezione di “intellettualismo etico”.
Secondo il nostro filosofo, l’uomo non può essere felice se al contempo non sia anche saggio e buono. Ciò comporta che chi conosce il bene, ovvero chi, una volta raggiunta la consapevolezza della propria razionalità, riesca ad elevarla alla “scienza del bene”, non può non comportarsi da virtuoso. Così noi miriamo al bene perché lo conosciamo, mentre se scegliamo il male, per Socrate, significa che pecchiamo di ignoranza, ovvero scegliamo qualcosa che crediamo sia il bene, ma che in realtà si rivela essere male.
Bene è quindi conoscenza e comprensione; Male è invece ignoranza e incomprensione.
Questa, molto brevemente, risulta essere la concezione moralistica socratica, che risulta contraddistinguere all’incirca l’intera etica greca, che se ne distacca, per esempio in Platone e Aristotele(che ne intravedono anche alcuni limiti), in alcuni aspetti secondari ma che sostanzialmente ne mantiene il suo nocciolo fondamentale.

Ora, al giorno d’oggi, l’etica socratica ci appare come troppo pervasa da una cieca fiducia nella ragione, nonché nell’ottimismo gnoseologico riguardo l’intelligenza umana: appare infatti evidente, che chi conosce il Bene può perfettamente non seguirlo, operando consapevolmente la scelta del Male.
Tuttavia questa concezione era impensabile fino alla svolta etica impressa dal Cristianesimo, il quale introduce per la prima volta in modo significativo il concetto della volontà. E’ l’uomo cristiano ad essere posto di fronte ad una scelta etica consapevole, che lo identifica come fedele e ancor prima come uomo, e che lo proietta in una dimensione morale dominata dal concetto di responsabilità.

Detto questo, non si può negare la grande portata del messaggio socratico, che, nonostante mostri una certa dose di inattualità, va analizzato alla luce del fatto che prima di esso non esisteva alcuna tesi etica di riferimento. Ciò significa che Socrate fu il primo filosofo ad interrogarsi in maniera razionale riguardo alla prassi umana, e il risultato a cui pervenne può per certi versi presentarsi come sorprendente, se si pensa che al quel tempo l’uomo non aveva alcun canone morale a cui potersi rifare, cosicché risultava facile sconfinare nel disinteresse totale per un qualche principio che potesse realmente regolamentare la propria condotta di vita.
Francesco De Stefano

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