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22 ottobre 2006 Caravaggio: tra il peccato e la “religiosità” La dissoluta condotta di vita, l’istinto passionale verso la materialità, la necessità della libertà e della fuga, il desiderio irrefrenabile dell’avventura. Tutto ciò costituisce, attraverso una sintesi problematica e complessa, la sorprendente personalità di uno degli artisti più eccezionali che la storia dell’arte abbia mai potuto vantare: Michelangelo Merisi; in arte, Caravaggio.
Il controverso carattere di questo enorme genio artistico si pone veementemente in primo piano ogni qual volta ci si trova dinanzi ad una delle sue opere, cozzando di fatto in modo negativo nei confronti di chi, con perfetta cognizione di causa, vede nei dipinti caravaggeschi un alone mistico e spiritualmente importante che tende ad essere escluso a priori, o forse sottovalutato, proprio a causa della condotta non proprio “religiosa” dell’artista.
Ma di fronte a straordinari capolavori estetici, si pensi alle tele di San Matteo, alla “Crocifissione di San Pietro” (in figura), alla “Morte della Vergine”, il giudizio dell’opera non può fermarsi al gusto della luminosità, del taglio prospettico, del genuino uso dei colori complementari, della curvilinea gentilezza e allo stesso tempo potenza delle forme, ma deve necessariamente proiettarsi verso un orizzonte “soprasensbile”, potremmo dire “metafisico”, in termini filosofici, al fine di cogliere l’anima spirituale del dipinto caravaggesco, che ne costituisce essenzialmente il nocciolo fondamentale. Se ci fermiamo all’aspetto figurativo-materiale, noteremo naturalmente che i soggetti di Caravaggio, seppur trasposti nella dimensione di personaggi cristiani, posseggono tutti i tratti somatici di persone comuni (in alcuni casi Caravaggio arriva addirittura ad utilizzare modelli “contadini”, con la susseguente insoddisfazione dei committenti), cosicché il pittore bergamasco viene annoverato nel filone pittorico tipicamente “realista”, lasciando da parte, o quasi, qualsiasi rimando allegorico di natura religiosa. Ma il punto fondamentale dell’arte caravaggesca non trova qui la sua ragione. Ciò che conta per Caravaggio è invece il messaggio che i suoi “semplici” personaggi sanno portare, un messaggio al di fuori del tempo e soprattutto valido ben al di là del significato denotativo della religiosità evangelica. La condizione del credente assume nelle tele del nostro autore una prospettiva molto significativa: ogni uomo deve essere capace di scegliere Dio, di voltarsi quando viene chiamato, come aveva fatto San Matteo, deve saper assumere quella consapevolezza e quella umiltà nel momento della morte, come testimoniano rispettivamente il gesto intellettualmente imponente di San Pietro sulla croce e la posa dimessa della Vergine, dolcemente avvolta dal pianto di santi che mostrano tutta la loro umanità.
I gesti delle personalità evangeliche vengono proposti come un cammino che ogni uomo può compiere, un cammino alla portata di tutti, soprattutto dei più deboli e dei più depravati. Ecco allora che i dipinti caravaggeschi portano con sé un grande significato spirituale e morale, proiettato all’interno di una pittura solenne, quasi monumentalmente michelangiolesca, pur nella semplicità e nel realismo descrittivi che ne caratterizzano la portata figurativa.
Tutto ciò dimostra che nonostante la situazione biografica che Caravaggio visse, nella totale dissolutezza e, potremmo anche dire, all’insegna dell’irrazionalità, l’eccezionale eredità artistica che egli ha saputo lasciarci va ben oltre la piatta corrispondenza tra vita vissuta e trasposizione di essa nell’opera d’arte: la grandezza di Caravaggio sta proprio nell’aver saputo offrire la sua genialità attraverso spunti etici di grande valore, religiosamente pregnanti, spiritualmente commoventi, all’interno di un contesto biografico che li offuscava e che invece hanno ragione d’esistere nell’opera d’arte, che ne da sfogo e li trasporta dalla dimensione tutta interiore dell’artista, a quella visiva e folgorante dell’esperienza estetica.
Francesco De Stefano
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