Mal di Pansa.
[18/10/2006 22.36] L’ultimo libro di Giampaolo Pansa si chiama La grande bugia. Pansa è stato l’autore di divulgazione storica che, negli ultimi anni, ha innescato le polemiche più clamorose: giornalisti e storici di sinistra l’hanno attaccato bollandolo come “revisionista” dal punto di vista storico e “opportunista” dal punto di vista politico. Il clima surriscaldato ha portato, durante la prima presentazione del libro a Reggio Emilia lunedì 16 ottobre, all’invasione di una ventina di ragazzi dei centri sociali che hanno contestato aspramente lo scrittore piemontese e le sue tesi storiche. “La grande bugia” è il quarto volume in cui Pansa si sofferma sulla tematica della Resistenza vista dalla parte dei fascisti: il primo è stato “I figli dell’aquila” a cui è seguito il “Sangue dei vinti”, successo popolare con oltre 400.000 copie vendute, e successivamente “Sconosciuto 1945”. Questo articolo non vuole essere né una stroncatura né un’apologia dell’ultimo lavoro di Pansa ma vuol soltanto mostrare il pensiero dell’illustre giornalista rapportandolo alle critiche che gli vengono mosse da storici e giornalisti. Il libro tratta più di storiografia che di storia, infatti l’intento dell’autore è mostrare come la sinistra “ha avuto l’esclusiva quasi totale sulla memoria della guerra interna: negli studi storici, nella letteratura, nel cinema, nel sistema culturale, nell’insegnamento scolastico” (p. 104) e questo monopolio “è fondato sul rifiuto di guardare alla verità della guerra civile con equilibrio, con giustizia, con saggezza, con imparzialità” (p. 105). La tematica è degna di attenzione ma Pansa si dilunga molto, sicuramente troppo, sulle polemiche personali con coloro che hanno “stroncato” i suoi libri precedenti: Bocca, Luzzatto, Tranfaglia, De Luna e Curzi. La parte degli attacchi personali è, senza dubbio, la meno interessante dell’opera. In sintesi queste sono le verità di Pansa: il fascismo ha avuto un seguito di massa, i partigiani comunisti combattevano nell’ottica di una successiva rivoluzione marxista ed erano disposti anche a uccidere i partigiani “bianchi” pur di realizzare il loro obiettivo, l’Italia è stata liberata dagli angloamericani e non dai partigiani. Ora passiamo ad illustrarle nello specifico e vediamo quali sono le critiche che gli rivolgono i suoi oppositori, sintetizzate perfettamente in un articolo di Bruno Gravagnuolo uscito sull’Unità martedì 10 ottobre. Per quanto riguarda le falsità che la sinistra avrebbe diffuso in questi sessant’anni, Pansa inizia accusando dirigenti e militanti del Pci di aver combattuto la guerra di liberazione avendo in mente come obiettivo finale la rivoluzione comunista, infatti: “non tutto l’antifascismo è stato democratico” (p. 387) e, secondo lo scrittore piemontese, la parte che non era democratica è quella riconducibile ai comunisti. Gravagnuolo risponde così: “Togliatti lancia per primo l’idea del riconoscimento di Badoglio e della Monarchia come alleati al governo nella prospettiva di una via continuista e legalitaria dopo la cacciata dei nazifascismi. Ben prima del maggio di Yalta che è del maggio 1944. E lo fa a fine settembre 1943 da Mosca e contrastato dai russi attendisti e dai compagni italiani”. Il secondo punto su cui si dice in disaccordo con la “vulgata resistenziale” è l’idea, diffusa da politici, intellettuali e giornalisti di sinistra, che il fascismo non avesse un seguito di massa, secondo l’autore: “l’Italia è stato un paese in grandissima parte attratto dal fascismo o senz’altro fascista”. Anche questa teoria è contestata da Gravagnuolo, che sostiene: “Gramsci e Togliatti hanno sempre invitato a guardare dentro il «largo blocco di potere fascista», che le analisi leniniste e staliniste non valevano a decifrare”. La terza stoccata riguarda l’unità politica della Resistenza: durante il biennio 1943 - 1945 i comunisti, che costituivano la stragrande maggioranza dei partigiani, egemonizzavano l’antifascismo utilizzando anche metodi spicci per eliminare fisicamente i partigiani non comunisti. Gravagnuolo replica che “tutto il dopoguerra è costellato di polemiche sulla Resistenza come «occasione mancata», come inganno pseudo – unitario, come «Resistenza rossa»”. La quarta, e ultima, revisione storica affrontata ne La grande bugia è relativa all’insurrezione delle città del Nord Italia prima dell’arrivo degli inglesi e degli americani: “sono convinto che non ci sia stata nessuna vera insurrezione” (p.213) e, più in generale, Pansa vuol sfatare un altro tabù: “la sistematica sottovalutazione del contributo determinante degli angloamericani nella liberazione dell’Italia dalla dittatura fascista” (p. 395.). Diversi critici di sinistra hanno stigmatizzato questa posizione di Pansa inserendola nell’ambito della delegittimazione della Resistenza fatta dal giornalista di Casale Monferrato nei suoi ultimi lavori. L’accusa di opportunismo, rivolta da più parti al giornalista dell’”Espresso”, per aver fatto uscire i suoi libri revisionisti durante il governo Berlusconi, mostrandosi così disponibile verso i nuovi potenti, è respinta al mittente da Pansa con questo giudizio sul quinquennio berlusconiano: “Un governo di pasticcioni incompetenti, schiavi dei troppi interessi personali del Cavaliere, incapaci di una buona amministrazione, immersi in un clima di rissa permanente, persino più forte e acida di quella che corrode il centrosinistra” (p. 238). Giampaolo Pansa “La grande bugia”, Sperling e Kupfer, 18 euro
|