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Copertina di Mansfield Park13 ottobre 2006
Mansfield Park
Dopo la lettura di Orgoglio e Pregiudizio o Emma, di Jane Austen ci si fa un'idea ben precisa: arguta, ironica, creatrice di eroine che sono autentiche campionesse di wit, capace di costruire dialoghi veloci e brillanti (memorabili ad esempio gli scambi di battute in cui Elizabeth Bennet riesce a dare dei punti al compassato Darcy).
Per questo aprire Mansfield Park e imbattersi in una protagonista come Fanny Price in un primo momento lascia basiti. Fanny è infatti delicata, timida, remissiva; non vuole mai essere al centro dell'attenzione, sopporta in silenzio umiliazioni e pene d'amore, non si ribella mai: in una parola, una noia mortale. Eppure Austen non solo costruisce il suo romanzo intorno a lei, ma la contrappone - e la fa trionfare - a un personaggio come Mary Crawford, che fallisce miseramente pur avendo tutte le qualità (intelligenza, parlantina, fascino) che permettono a Elizabeth ed Emma di vincere. Certo c'è di che interrogarsi: per quale motivo la nostra scrittrice inserisce una protagonista tanto antipatica in quello che molti considerano il suo lavoro migliore? C'è qualche messaggio dietro le righe? Di certo Mansfield Park non va preso seriamente, come chiarisce la stessa autrice in una lettera del 1816: "Non potrei mettermi a scrivere un romanzo serio se non allo scopo di salvarmi la vita".
Una chiave di lettura può allora essere quella parodica. Tra il XVIII e il XIX secolo molto di moda andava la cosiddetta conduct literature, ossia una serie di pubblicazioni che avevano lo scopo di educare le fanciulle a un atteggiamento passivo e dimesso. Jane Austen ne prende già le distanze con Elizabeth Bennet ed Emma Woodhouse, le quali si portano prepotentemente sullo stesso piano degli uomini che hanno di fronte costringendoli a trattarle da pari a pari. Nel caso di Mansfield Park, invece, l'autrice si misura con lo schema del moral tale (storia stereotipata del trionfo di un'eroina umile e generosa) e lo attacca direttamente dall'interno, rendendo così la propria critica di certo più difficile da cogliere ma anche molto più potente.
Con una lettura attenta ci si accorge ben presto di come l'autrice si distacchi nettamente dalla voce narrante: mentre infatti la narrazione è infarcita di elogi per la perfetta Fanny, ogni tanto spuntano episodi, secondari e non, che portano il lettore a riflettere sulle tanto decantate virtù della protagonista, e a domandarsi se il suo atteggiamento sia sincero o piuttosto ipocrita.
Importantissimo è ad esempio il momento in cui a Mansfield Park, complice l'assenza del capofamiglia Sir Thomas Bertram, viene allestita una rappresentazione teatrale domestica. In quest'occasione vengono rivelati una volta per tutte i veri sentimenti e rapporti tra i personaggi, come l'attrazione tra Edmund e Mary o l'amore che Maria porta per Henry Crawford. Anche Fanny si scopre: nonostante abbia sempre considerato profondamente impropria una simile libertà in assenza del padrone di casa, per amore di Edmund acconsente a recitare una piccola parte, e viene salvata soltanto dal tempestivo rientro di Sir Thomas. Il tutto non occupa che lo spazio di poche righe, ma è uno spunto che invita a chiedersi quanto sia effettivamente salda la morale di Fanny.
Più spudorata è Jane Austen per quanto riguarda il rapporto tra Fanny e Henry Crawford: sulle prime lei ne respinge le attenzioni, adducendo come motivo del suo rifiuto la condotta poco decorosa da lui tenuta nei confronti di Maria e Julia Bertram. Tuttavia, man mano che la storia procede la ragazza si ammorbidisce e comincia a provare una certa simpatia per il suo corteggiatore - finchè questi non fugge con Maria Bertram, sollevando uno scandalo. Quando tutto si appiana, e Fanny riesce a farsi sposare dall'uomo che ama, l'autrice tiene a chiarire che se Henry Crawford non si fosse fatto sedurre da Maria ma avesse perseverato nel corteggiare Fanny, di certo sarebbe riuscito a farla innamorare di sè - specialmente quando il matrimonio tra Edmund e Mary, poi sfumato, le avrebbe fatto perdere ogni speranza con Edmund. Ancora una volta il lettore viene messo di fronte al dubbio: se Fanny non accetta Henry, è perchè lo ritiene un uomo amorale? A quanto pare no, dato che è la stessa Jane Austen a garantire che se lui avesse insistito avrebbe avuto successo.
Ma la critica che il romanzo restituisce coinvolge non solo i personaggi ma anche un'intera classe sociale, quell'aristocrazia che ha come unici principi il denaro e l'ipocrisia e che è così ben rappresentata dai Bertram. Il portatore dei tanto celebrati valori di Mansfield Park, cioè Sir Thomas, non esita a dare sua figlia Maria in sposa a un uomo che non ama in nome del prestigio sociale e della ricchezza - salvo poi indignarsi di fronte alle sue scelta di donna innamorata - e riserverebbe lo stesso trattamento anche a sua nipote se non fosse per l'avventatezza di Henry. Di una simile famiglia Fanny è certo il prodotto naturale, e Maria e Julia sono diverse solo perchè, a differenza di lei, sono sempre state circondate dall'indulgenza della zia Norris.
Guardando il romanzo da questa prospettiva diventa facile anche capire perchè Mary Crawford, pure così simpatica, sia destinata a una fine tanto ingloriosa. Si rifiuta di rassegnarsi all'inferiorità della condizione femminile, esterna senza problemi le proprie critiche, addirittura suggerisce generosamente ai Bertram di riaccogliere Maria in seno alla famiglia: è l'esatta anti-eroina del moral tale, e per questo va condannata. Ma considerando l'ambiente in cui si sarebbe immersa se avesse sposato Edmund, forse possiamo azzardare l'ipotesi che sia scampata a un destino di noia e infelicità.
Gloria Baldoni

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