La Morte di Danton: un capolavoro da riscoprire
[04/10/2006 16.14] Pur essendo poco conosciuto al grande pubblico, il nome dello scrittore (e scienziato e rivoluzionario) tedesco Georg Buechner occupa un posto di prim'ordine nella cultura del suo paese - e non solo - durante gli anni critici che seguono il Congresso di Vienna. Nato nella regione dell'Assia ma vissuto anche a Strasburgo e a Zurigo, muore appena ventiquattrenne e per questo ci lascia un numero esiguo di opere: un pamphlet, tre drammi, un racconto breve e qualche scritto di anatomia comparata. In esse, tuttavia, raggiunge un livello di maturità artistica e profondità di pensiero già di per sè notevoli, ma addirittura sbalorditivi se rapportati alla sua giovane età: è infatti uno dei precursori del realismo ottocentesco, e addirittura l'espressionismo, ben un secolo dopo, trarrà ispirazione da alcune delle sue soluzioni formali. Anticipa inoltre di qualche anno le teorie esposte nel Manifesto di Marx ed Engels, battendosi contro il divario economico tra i signori dell'aristocrazia tedesca e il popolo e introducendo nelle sue opere concetti molto vicini all'idea di lotta di classe. Il filo rosso della sua produzione rimane però la sua visione fatalistica della storia: egli trova infatti che l'uomo non sia che "schiuma sull'onda", governato da forze arcane e misteriose che non può in nessun modo contrastare. In ogni scritto di Buechner questo concetto la fa da padrona, ma forse si rivela totalmente solo ne La Morte di Danton, dramma storico sulla Rivoluzione Francese e con ogni probabilità suo capolavoro assoluto. Qui Buechner approfondisce il discorso sul fatalismo trattandone la accezione più pura, ossia quella storica, e calandolo in un evento relativo al passato recente dell'Europa, mentre in altre opere sarà capace di cambiare punto di vista e applicare il fatalismo anche alle esperienze del singolo, mostrandolo nelle sue conseguenze più tragiche - come nel caso del Woyzeck - o ammantandolo nel velo leggero e frivolo della commedia in Leonce e Lena. L'opera si regge sul confronto tra le due titaniche figure di Danton e Robespierre e sulle loro due diverse concezioni di rivoluzione. E' questo un tema importantissimo in Bchner, e si esplica in quel momento oltremodo delicato della sua vita che sono i mesi appena successivi alla congiura dell'Assia (nel 1834 egli cercò di rovesciare il ducato dell'Assia tentando di istigare la massa contadina alla rivoluzione, ma sbattè contro l'ignoranza e la paura del popolo, che non lo assecondò). Questo buco nell'acqua non è per lui soltanto una delusione di tipo politico, ma lo segna sul piano personale, gettandolo in una profonda depressione e costringendolo a rivedere il proprio concetto di rivoluzione. Così il suo entusiasmo si stempera in una mesta rassegnazione, e i furori dell'incorruttibile Robespierre, alfiere di una rivoluzione senza fine, lasciano posto alla beffarda noncuranza del più smaliziato e lascivo Danton, che della Francia in rivolta è stato l'eroe ma che con il tempo ha imparato a vedere la situazione sotto la ben diversa luce del fatalismo storico. Annoiato e sfaccendato, Danton si trascina per le strade e i bordelli incurante di tutto quello che gli accade intorno, e anche al sopraggiungere della notizia che Robespierre sta cercando di incastrarlo e mandarlo a morte fa finta di niente e continua nella sua totale nullafacenza nonostante le proteste dei suoi seguaci (che moriranno con lui). Niente di più lontano dal continuo affaccendarsi del suo avversario, sempre impegnato e nel rapporto con il popolo francese e nelle attività del Club dei Giacobini: una vita votata alla res publica, e in rabbiosa opposizione allo sfrenato edonismo di Danton. Questa irrisolvibile dicotomia in weltanschaaung, abitudini, carattere che sussiste tra i due protagonisti de La Morte di Danton (e di cui lo scontro politico è la punta dell'iceberg) altro non è che la radicalizzazione delle due anime del loro autore, delle due fasi del suo pensiero che hanno come spartiacque i fatti del 1834: animato e pieno di ardore come Robespierre nell'organizzare la congiura dell'Assia, dopo il suo fallimento Buechner si fa molto più vicino al personaggio di Danton, cui tra le righe dimostra inevitabilmente maggior simpatia. E' verissimo infatti che è Robespierre a vincere: in breve tempo infatti i giacobini riescono a imprigionare e mandare a morte tutti i dantonisti (per la verità più propensi alla parola che all'azione); non bisogna tuttavia dimenticare che secondo la teoria del fatalismo storico non è l'uomo a determinare il fluire degli avvenimenti per cui il merito di Robespierre diventa nullo. Al contrario Danton esce trionfatore dall'unico scontro verbale con il suo avversario, riuscendo in poche battute a mandarlo a casa con la coda fra le gambe: a ben vedere egli vince sull'unico campo d'azione rimasto all'uomo, ossia la dialettica, mentre ha solo la sfortuna di essere schiuma sull'onda sbagliata ed essere destinato a morire sulla ghigliottina.
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