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kant.jpg26 settembre 2006
Devo, dunque posso
All’interno della straordinaria opera filosofica lasciataci dal grande pensatore tedesco Immanuel Kant (1724-1804) gli spunti di riflessione possibili sono davvero molti, come sono del resto molte le domande che occorre porsi mano a mano che si percorre l’intenso cammino filosofico che egli ha sapientemente elaborato. Una delle grandi problematiche presenti nel panorama kantiano, che più rappresenta il suo coerente spirito ricercatore e dubbioso, risulta essere quella della libertà. Quest’ultima costituisce un tema che da sempre ha affascinato il mondo della filosofia, sia per la sua grande portata che per l’estrema difficoltà che comporta un suo studio approfondito.

Il problema della libertà viene affrontato da Kant con estremo rigore, attraverso una cospicua ed attenta analisi che lo porta in un primo momento, nel corso della “Critica della ragion pura”, ad affermare la necessità “meccanicistica” della vita umana, arrivando di fatto a sostenere l’idea che l’uomo non possa considerarsi libero, bensì legato scientificamente alle leggi della natura che lo influenzano strettamente. Tuttavia nel corso degli anni l’acerbo pensiero kantiano viene pian piano maturando e la questione della libertà assume connotati ben diversi rispetto alla prospettazione della prima critica.

Nella “Critica della ragion pratica” infatti, Kant arriva a “scoprire” la legge morale presente in ogni essere umano, che viene a configurarsi come “fatto della ragione”, ovvero come imperativo categorico che ci comanda in modo incondizionato e universale. L’importanza di questa “ragione pratica” però sta soprattutto nel fatto che essa identifica dei postulati, che devono necessariamente esistere affinché possa essere valido l’imperativo etico del “devi dunque puoi”, ed in questo senso giunge a prendere vita il postulato forse più importante, quello della Libertà. Essa viene a definirsi come fondamentale supporto per la legge morale, in quanto l’etica deontologica kantiana presuppone che dietro all’azione di un uomo ci sia l’intenzione convinta di esso nel compiere quell’azione, il che significa che un essere umano, attraverso l’atto dell’agire, mette in luce la sua capacità nello scegliere la possibilità (concetto che sarà poi importantissimo anche in Kierkegaard), cosicché si deve ritenere libero di compiere un gesto.
E’ grazie alla libertà dunque che l’uomo può essere definito un essere morale e può essere ascritto al regno dei fini.

Detto questo però, il percorso del ragionamento kantiano giunge ad un punto critico: il pensatore tedesco infatti, nel corso della sua riflessione, arriva ad ammettere che la preposizione “devo, dunque posso” si può considerare eccezionalmente un giudizio sintetico a priori, poiché lega la novità contingente della libertà al carattere invece necessario e stabile ( a priori) del dovere. Questa affermazione però mette in crisi il fatto che la libertà sia considerata in secondo luogo come noumeno, ovvero come pensabile ma non conoscibile, come postulato a cui si deve dar credito senza dimostrazione.

Il problema è stato messo in luce sapientemente da due filosofi italiani, Giovanni Reale e Dario Antiseri, che hanno evidenziato come Kant non se la sia sentita di considerare la libertà come verità assoluta, ovvero come conoscibile scientificamente, nonostante l’abbia catalogata all’interno di un giudizio (sintetico a priori) che stando alla prima critica costituisce una forma stabile di conoscenza.
Il fatto è che probabilmente la coerente impostazione dualista che Kant ha da sempre considerato un fondamentale punto di partenza ha fatto sì che il filosofo non se la sentisse di affermare che l’uomo è libero in tutto e per tutto, in quanto permane ancora l’eredità del meccanicismo della prima critica, che lo portava a negare ogni tipo di libertà.

L’uomo kantiano è così oscillante tra il rigore scientifico della determinatezza naturale, e il principio morale della ragion pratica che gli fa intravedere la sua libertà. Tutto sta ad interpretare le parole del filosofo e soprattutto a capirle alla luce dell’intero contesto in cui si sono sviluppate, un contesto che lascia aperte le porte ad ogni possibile dubbio e interpretazione, cosicché non si possa mai dire cosa sia certamente vero.
Francesco De Stefano

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