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L'indimenticato De Andrè14 settembre 2006
Insulto alla mediocrità
La musica italiana è malata da tempo. Infatti è ormai da molti anni che non vediamo l'ombra di un cantautore di spessore. Basta guardare il gruppetto di cantanti che si è presentato a Festivalbar di quest'anno (ma anche a quelli degli anni scorsi) per rendersi conto che qualcosa non va. Personaggi creati a tavolino da squadre di stilisti e psicoanalisti in cerca di grana. Musica leggera, facile, orecchiabile, instantanea. Evviva, evviva.
Festivalbar, diciamolo, è l'apice della musica "commerciale", il paradiso del mediocre, l'anima (almeno nel settore musicale) del commercio del disco putrido, del quale si cura più la copertina e il merchandising che la qualità del disco, o meglio, del cd.

Dove sono finiti i nostri De Andrè? I nostri Battisti?

Negli ipod fioriscono come erpes musichine allegre, facili, "normali", fatte per essere vendute. Le nuove generazioni non apprezzano più musica "fatta in casa", prodotta dai più naturali istinti umani, sofferta, triste, riflessiva. No. Molto meglio Eros Ramazzotti o Dj Francesco con la loro immobile personalità, inflaccidita dalla dipendenza del consumo. E che dire di Tiziano Ferro, Jovanotti, Mario Venuti e Ligabue. Si Ligabue, anche lui trascinato dalla voragine menageriale, dalla inesorabile legge della Domanda.

In una situazione del genere, è impossibile non cantare le gesta di chi, una volta, la musica la faceva davvero, infischiandosene della Domanda, e persino dell'Offerta. Sacrifici e anni di sperimentazioni per aprire nuove vie, nuove interpretazioni artistiche musicali, nuovi generi. La Musichetta, la "canzonetta" è sempre esistita, ma negli anni settanta, era solo un tiepido e amaro sfondo di un panorama artistico gigantesco, fatto proprio di giganti, appertenenti a diverse "famiglie" di tradizione musicale.
In Italia, nacquero Le Orme, gruppo progressive-rock italiano, dalla qualità indiscussa. Un trio formidabile che, con un utilizzo "soft" dell'elettronica, impose il suo genere influenzato da numerose correnti "esterne". Sentori di musica Folk, agganciati all'esperienza contemporanea inglese, non senza dimenticare le proprie radici italiane, legate ad una forte strumentalità.
Come non ricordare il grande Faber? I suoi personaggi che andavano dall'eroe puttaniere di Carlo Martello alla purezza d'animo dell'ambigua Bocca di Rosa. E tanti altri, come Battisti e Mogol, Gli altri gruppi progressive rock italiani come la PFM, Banco del Mutuo Soccorso, gli Area.
Come non parlare dei cantanti-maledetti? Jimi Hendrix? Un eterno interprete della psichedelia, un chitarrista unico nel suo genere, un apristrada di molte correnti blues-folk. Le gesta poetiche di Jim Morrison? Jethro Tull?
Inutile, la lista troppo lunga. Inoltre per ogni citazione andrebbero scritte pagine e pagine.

Rassegniamoci, dunque. Lasciamoci travolgere dal fiume dell'opulenza musicale, della nota trasformata in prodotto da "smerciare". Abbandoniamo il ricordo lontano di tanti artisti non più utili al Mercato se non per qualche maglietta da vendere a qualche ignaro adolescente.
Il suonatore Jones
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