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Torri gemelle13 settembre 2006
Le verità nascoste
Finalmente la televisione italiana si è decisa a far conoscere al pubblico le cosiddette teorie cospirative sull’attacco all’America. L’11 sera la trasmissione Matrix ha messo a confronto Giulietto Chiesa e Maurizio Blondet da una parte e Alessio Vinci e Jas Gawronski, che sostengono la versione ufficiale, dall’altra. Ieri sera, invece, Raitre ha mandato in onda il celeberrimo “Farenheit 9/11”, film-documentario di Michael Moore che tenta di ricostruire le vicende antecedenti all’attentato e quelle che ne furono conseguenza.
E’ da subito opportuno sottolineare che le tesi diverse da quella ufficiale vanno considerate con la dovuta prudenza: basti pensare che negli ultimi cinque anni i siti internet che propugnano tesi cospirative sono dilagati fino ad arrivare a quota quattordici milioni circa.
Molte delle argomentazioni usate da Moore e dai “complottisti” per convincere il pubblico che, in realtà, non è andata proprio come ci hanno voluto far credere sono documentate, questa è la cosa sconcertante, in maniera doviziosa con pezzi di carta, immagini, testimonianze. Forse Moore ha volutamente forzato l’esistenza del rapporto causa-effetto fra i dati raccolti; la chiave ironica e satirica del documentario, poi, lo fanno apparire a coloro che si rifiutano di credere alle verità alternative come uno dei tanti faziosi “artisti” anti-americani.
Anche le teorie cospirative presentano qualche punto morto, qualche lacuna, qualche buco nero. Come diceva Gawronski l’altra sera a Matrix, i complottisti non sanno spiegare, per esempio, dove siano finiti i passeggeri del boeing che si schiantò sul Pentagono se è vero che non era un boeing ma un missile.
Il fatto è che, dai dati emersi e di cui è stata verificata l’attendibilità, non può che sorgere una serie sterminata di punti interrogativi, e non solo per i complottisti. Anzi, soprattutto per chi crede a Bush. I complottisti sono nati dopo la verità ufficiale, per cui sono coloro che ce l’hanno riferita che dovrebbero spiegarci, e spiegare soprattutto agli americani, tante di quelle cose che potremmo stare incollati alla televisione per altri cinque anni.
Riguardo i dati tecnici: perché il buco al Pentagono è la metà della larghezza di un boeing, perché non ci sono filmati di quello schianto nonostante al Pentagono ci siano centinaia di telecamere, cos’era quella fiammella che si può vedere dall’aereo che colpì la seconda torre e che appare qualche nanosecondo prima dello schianto, come hanno fatto a crollare torri in acciaio che erano state progettate per reggere ad una temperatura superiore a quella raggiunta dopo gli incendi causati dagli schianti, qual è stata la causa del crollo del WTC 7 ed altre, ogni perito potrebbe ragionevolmente dire la sua a sostegno dell’una o dell’altra tesi.
Altri aspetti, burocratici, politici, economici, sembrano invece andare in un’unica direzione.
E’impensabile che in sole quarantott’ore possa rendersi l’elenco completo degli attentatori già morti carbonizzati, tutti arabi, con tanto di foto e di dati anagrafici, quando dalle liste passeggeri non risulta nessun nome arabo.
E se anche quei nomi fossero tutti rispondenti ai veri attentatori, dalla lista risulta che quindici di loro fossero sauditi. Il 13 settembre 2001, però, molti sauditi, compresi i parenti di Bin Laden, sono stati fatti fuggire dagli Stati Uniti con voli privati, poiché gli aeroporti erano ovviamente chiusi. Perché? Ce lo spiega Michael Moore: i sauditi avevano in mano il 7% dell’economia americana, intrattenevano rapporti a prova di bomba (scusate l’involontaria ironia) con la famiglia Bush da parecchio tempo, dai tempi di Bush I. Lo stesso Bin Laden viene da Bush II definito terrorista, eppure, se è vero come è vero, lo è da tantissimo tempo: a lui si devono gli attentati contro le ambasciate USA in Africa negli anni ’90. Ed è lo stesso a cui gli Stati Uniti hanno permesso di operare in Afghanistan per fronteggiare l’ex nemico sovietico, di foraggiare la resistenza bosniaca contro la Serbia. Con la famiglia di quel terrorista hanno intrattenuto strettissimi rapporti economici, così come con lo stato d’origine di quel terrorista. Così come altri membri del gotha americano fedeli a Bush erano a capo di colossi petroliferi in combutta con i sauditi. Bush non lo ha mai ammesso per motivi più che banali, ma non ha potuto neanche fare nulla per tamponare l’emorragia dei Michael Moore in America e nel mondo. Non lo ha potuto fare perché, evidentemente, ciò che ci ha detto Moore è vero. Altrimenti come mai non è in galera per diffamazione?

Non si può pretendere di conoscere la verità esatta, perché essa probabilmente sta nel mezzo come sua abitudine. Non è neanche accettabile, però, l’atteggiamento di alcuni di coloro che sostengono la tesi ufficiale, come Jas Gawronsky che lunedì sera ha ostentato una scarsissima vena democratica. Prima si è stupito del fatto che, se ci sono cospiratori interni agli USA, nessuno di loro ha ancora confessato: lo sa che complicità in strage e cospirazione conducono dritte alla sedia elettrica? Dunque ha replicato ai cospirazionisti Chiesa e Blondet con frasi condite di una retorica bestiale, “Noi possiamo dire queste cose grazie alla democrazia degli americani” (cioè “che ci hanno regalato gli americani”) e con altre agghiaccianti tipo: “Chi sostiene la tesi ufficiale deve evitare di divulgare certi documentari contro-informativi”. Sarebbe questa la democrazia che gli hanno regalato gli americani? Ha dunque chiuso in bellezza: dopo aver chiesto a Chiesa se non si sentisse in miserrima parte responsabile del fatto che il terrorismo possa continuare ad operare anche a causa dell’esistenza di eretici quale lo stesso Chiesa, gli ha fatto notare come, in una guerra contro i terroristi, la linea di demarcazione fra lecito ed illecito si può assottigliare di molto. Blondet ha chiarito il senso di quella frase: le torture nelle carceri americane non sono poi così disumane, perché si stanno prevenendo altri attentati! Allora si farebbe prima a bombardare l’intero Medio Oriente, no? Molto più credibili le obiezioni di Vinci, che quantomeno rispondeva con dati e fatti e non con aria fritta.
Le cose possono essere andate secondo mille combinazioni diverse, ma una cosa è certa: nel 2001 i vari Rumsfeld, Cheney, Rice sostenevano che l’Iraq stato sovrano non aveva a che fare con Al Qaeda, non deteneva armi chimiche, non costituiva una minaccia all’America. Senza che le cose siano cambiate, anzi, nonostante le rassicurazioni di Hans Blix, capo degli ispettori dell’ONU, e Mohamed El Baradei, direttore generale dell’AEIA, l’Iraq è stato invaso lo stesso. I risultati dovevano essere: cattura di Saddam, eliminazione di Al Qaeda dall’Iraq, annichilimento del potenziale bellico iracheno. I risultati sono stati: cattura di Saddam; migliaia di morti civili, in gran parte iracheni, ma anche americani, inglesi, italiani, giapponesi, coreani, egiziani, nepalesi (!); uccisione di Al Zarqawi dopo avergli consentito di decapitare più innocenti possibile; attentati a Madrid, Londra, Bali, Bombasa, Istanbul, Casablanca, Beslan, Delhi, Amman, Bombay.
Per fare una guerra, di qualunque entità, occorrono pretesti; chi vuole fare una guerra lo sa e li cerca. Ciò che infastidisce delle guerre americane (di destra e di sinistra) è che il pretesto è ricoperto dalla promessa di una vita migliore, del diritto di voto, della libertà. Come se libertà e democrazia fossero merci di scambio. Invece la libertà di cui parla Bush spesso si è rivelata libertà di morire di fame e di combattere guerre civili. Non proprio una bella vita, quella che ci vogliono regalare.
Non si tratta di essere di destra o di sinistra, repubblicani o democratici, global o no global, filo-americani o anti-americani. Queste distinzioni ormai sono stucchevoli. Dobbiamo ricercare la verità, perché dall’alto non ce l’hanno detta, anzi: hanno fatto di peggio. Hanno preso in giro la loro gente, i loro soldati, le loro famiglie, i loro servitori fedeli (come i vigili del fuoco) giocando con la loro sofferenza. Ed hanno spacciato le bombe sui bambini per colombe di pace: può bastare per non limitarci a commemorare ipocritamente questa data, ma cercare di saperne qualcosa di più?
Vincenzo Carusi
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