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11 settembre 2006 Carlo Michelstaedter: filosofo della Persuasione Se nel panorama filosofico italiano spiccano brillantemente i nomi di Beccaria, Bruno, Vico, Gentile e Croce, nonché dei “moderni” Vattimo e Severino, il nome di Carlo Michelstaedter non risulta essere sicuramente tra quelli più famosi. Tuttavia il filosofo e letterato Goriziano si presenta con una personalità ed una capacità del pensare che non possono lasciare indifferente chiunque voglia avvicinarsi ai concetti della Filosofia, tenuto conto soprattutto del fatto che l’opera michelstaedteriana è stata concepita nell’età adolescenziale (vista la prematura morte suicida dell’autore alla sola età di 23 anni), e per questo si arricchisce di ulteriore valore ed interesse. Il giovane pensatore visse negli anni innovativi del governo giolittiano, che videro una cospicua crescita economica italiana ma che segnarono per un altro verso il culmine della mercificazione dell’artista e del patrimonio culturale in genere, dando definitivamente atto a ciò che aveva affermato il grande scrittore verista Giovanni Verga alcuni decenni prima: “l’arte è un lusso per scioperati.” In questo contesto i giovani artisti e soprattutto gli intellettuali si trovano di fronte ad una situazione assai difficile, che ferisce fortemente l’acerbo animo sensibile di Michelstaedter, il quale cade presto in una acuta depressione, dominata da un pessimismo totale, che lo porterà velocemente verso la scelta della morte. Nella sua opera più importante, “La Persuasione e La Rettorica”, che nasce come tesi di laurea ma ben presto si configura come opera molto più ampia, quasi un sistema filosofico, Michelstaedter da sfogo a tutta l’insoddisfazione per la società in cui vive, attraverso un eloquio scorrevole e coinvolgente, frutto di una disperazione commovente che però non tocca mai punte estreme di irrazionalità. La mente del filosofo è lucida: di fronte al mondo esterno, ricco di usanze, abitudini e linguaggi che omogeneizzano ed allo stesso tempo appiattiscono le personalità degli uomini, di fatto sempre più uguali nella mediocrità, Michelstaedter propone un modello di vita radicato nel tentativo di staccarsi dalla materialità, nella forza della solitudine e della sopportazione consapevole del dolore, al di là di ogni bisogno immanente. Il pensatore di Gorizia si scaglia così contro quell’infinito desiderio di possedere che confina l’uomo moderno in una condizione di infelicità e di impotenza, che lo conduce ad assoggettarsi al ruolo che la società gli impone, in cerca di una stabilità mai raggiunta e mai raggiungibile. E’ questa la condizione in cui si trova l’essere umano dominato dalla Rettorica, una condizione incentrata nella dilaniante oscillazione tra dolore e noia, ereditata dal pensiero del grande filosofo Schopenauer, così caro a Michelstaedter. All’uomo non resta che una soluzione, ovvero quella di essere persuaso, di vivere ogni singolo istante come se fosse l’ultimo, di dare vita alla stabilità, alla fermezza, alla certezza ontologica dell’essere parmenideo in ogni singolo momento dell’esistenza, così da liberarsi dalla schiavitù della società, nonché dal conflitto irreparabile con gli altri uomini che si viene a creare all’interno di essa, ovvero ciò che Michelstaedter chiama correlatività di coscienze, non senza un implicito riferimento alla dialettica hegeliana del servo-padrone, rivisitata con un’accezione più negativa. Ecco allora che l’invito del filosofo, così veemente e necessario, si scontra con l’impossibilità per l’uomo di allontanarsi dalla vita associata in vista di una condizione più equilibrata e stabile nel tempo. Lo stesso Michelstaedter si rende conto della difficoltà della sua proposta, così che nello scegliere la morte, è come se prendesse atto che l’unica vera dimensione del persuaso, forse, si trova nell’aldilà, nella permanenza immobile dell’universo trascendente.
Francesco De Stefano
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