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5 settembre 2006 Baustelle, gruppo romantico Col loro ultimo disco, “La Malavita”, hanno conquistato uno spazio mediatico di certo più rilevante di quello che era stato loro riservato in passato. I Baustelle, parola tedesca, si legge nel loro sito, che può pronunciarsi in assoluta libertà, vanno forse considerati il gruppo che, in questo momento buio per la discografia italiana, sta più di ogni altro tentando di restituire al pop una dignità, una personalità ed un colore messi a durissima prova da un decennio e più di finte star musicali, prive di arte, di stile e di trasporto emotivo. Questa band toscana, di Montepulciano per la precisione, nasce alla fine degli anni ’90 ed esordisce col “Sussidiario illustrato della giovinezza”, ottenendo premi (su tutti Miglior disco italiano d’esordio per Musica&Dischi) ed apprezzamenti dalla critica. Segue il secondo lavoro, la “Moda del lento”, fra cui spicca il singolo “Arriva lo ye-ye”, e l’ultimo “La Malavita” che ha sfondato grazie alla promozione di due brani quali “La guerra è finita” e “Un romantico a Milano”. In tutti i tre i dischi si può rilevare una spiccata predilezione del gruppo per la musica d’autore condita da altre sfumature che hanno caratterizzato la storia del pop, elettronica, bossa nova, colonne sonore anni Settanta. La particolarità dei Baustelle risiede nella loro abilità di esprimere una musica elegante e gradevole unita a testi intimisti ed introspettivi, della maggior parte dei quali è autore il loro eccentrico cantante Francesco Bianconi. Testi capaci di provocare riflessioni profonde gustando al contempo melodie ben costruite ed a volte struggenti. Dal vivo si sono rivelati altrettanto validi, poiché rendono bene il loro tipico sonoro di studio e, senza troppi fronzoli e smancerie col pubblico, danno l’impressione di considerare il concerto al pari di una rappresentazione teatrale, cioè un’opera d’arte che l’artista cerca di riprodurre al meglio sul momento e che gli spettatori possono solo ammirare, ma non scimmiottare. Rimane difficile pensare che un loro live trasformi in un karaoke collettivo, vuoi per il tipo di musica che propongono vuoi per il loro atteggiamento sul palco, pacato e composto, lontano dalle baraonde da stadio ed abbastanza timido, ma comunque accalappiante. Di recente hanno partecipato all’edizione del Festivalbar, cosa che a qualche loro appassionato ha fatto storcere il naso perché questi eventi spesso rappresentano l’anticamera del declino di certi artisti o presunti tali: non si vende più ed allora cerchiamo di farci vedere comunque, anche se la nostra musica non è per tutti. Non è il loro caso, perché sono in piena ascesa ed i loro primi lavori testimoniano dello sforzo che hanno profuso per non appiattirsi su una posizione particolare, tentando di sperimentare qualcosa di diverso in ogni album per ogni canzone. La speranza è che anche in futuro riescano ad offrire un’arte non di massa, ma indirizzata ad un pubblico preciso, necessariamente non definibile in partenza, ma che va selezionandosi con l’ascolto della loro musica. Occorre che la musica italiana tenti di riproporre finalmente qualcosa di... italiano, di geniale, di non allineato. Forse una delle cause della crisi sta proprio nel fatto che gruppi come i Baustelle vengono considerati troppo difficili, troppo diversi, troppo soli rispetto alla massa. Ma, se li avete ascoltati, spendereste venti euro per un loro album o dieci per un singolo di Paolo Meneguzzi?
foto: baustelle.it
Vincenzo Carusi
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