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La vera poesia non morirà mai
[04/09/2006 19.43]
In un mondo sempre più invaso dalla materialità, in cui il tempo, dominato dalla tecnologia, scorre veloce ed inesorabile, dove la legge dell’utile subordina ogni altra cosa, sembra non trovar spazio il messaggio poetico, così distante dalla comunicazione moderna e così alienante da non permettersi una piena integrazione nella società di massa.
La poesia, considerata dagli antichi come fonte suprema di bellezza e di verità, è stata via via scalzata da quel suo ruolo di primo ordine nella storia della letteratura, italiana e soprattutto europea, mano a mano che il progresso si faceva sentire e venivano così a cadere gli interessi per il sentimento e per la lirica pura, sottratta ad ogni tipo di materialità.
Sebbene lo sviluppo poetico non segua un andamento omogeneo in modo assoluto, si può constatare che nella storia della letteratura a noi un po’ più vicina il primo che si accorse della necessità di cambiare ruolo alla poesia, o se vogliamo, il primo che capì che la poesia non poteva più sopravvivere nella sua forma originaria fu uno dei più grandi autori europei di metà ottocento, Charles Baudelaire. Egli, in un’epoca invasa dalla legge dell’utile portata dal progresso e incrementata dalle credenze positiviste, si rende conto di “aver perso l’aureola”, ovvero di non poter più farsi portatore di quella poesia sublime e elevata, ormai solo patrimonio antico considerato irrecuperabile. Nasce così la poesia moderna, che non ha più un ruolo ben preciso se non il tentativo di creare corrispondenze tra uomo e natura, anche se ciò è ricercato in modo magico e misterioso, attraverso quel simbolismo che non rispecchia certamente la chiarezza e la purezza della poesia classica. L’arte si viene quindi a configurare come un “lusso per scioperati” (Verga), non è più qualcosa di totalmente appagante e soprattutto la poesia è soffocata dalle ideologie moderne.
C’è chi si chiede, come D’Annunzio, “quando i poeti al mondo canteranno su corde d’oro l’inno concorde”, ovvero quando la poesia potrà rimpadronirsi della sua funzione nobilitante, che possa unire in un unico sentimento tutti i poeti e con essi tutti gli uomini, sempre più oppressi dalla materialità e distaccati dalla funzione suprema dell’arte (“…O voi che il sangue opprime…”).

Ci si rende conto quindi che molti autori sentono fortemente la consapevolezza della caduta della poesia, ma essi cercano in qualche modo di salvaguardarla, di coglierne gli aspetti considerati immortali. Saba ad esempio, è convinto che la poesia vada ristabilita con “un opera più di selezione e di rifacimento che di novissima creazione”, così che di essa siano ripresi e conservati gli aspetti più classici attraverso un’imitazione che però non è fine a se stessa, ma che deve condurre ad una emulazione (è un po’ il principio di Quintiliano riguardo la retorica) , ovvero ad un impegno del poeta per interagire con essa e dar vita alla “poesia onesta”, che fino ad allora “fu solo raramente e parzialmente compiuta”. Quindi, nonostante l’imperversare della logica moderna che opprime il sentimento poetico e mira a soffocarlo del tutto, i poeti continuano ad appellarsi alla funzione elevatrice della poesia: il poeta deve proiettarsi verso l’alto, dando vita ad un sentimento che rimarrà intatto e risulterà appagante per chi se ne riesce ad appropriare. E’ questa l’idea di Ungaretti, che pur con la consapevolezza della dispersione dei versi poetici ( “Vi arriva il poeta…con i suoi canti…e li disperde”) , è convinto che il puro spirito della poesia, ciò che lui chiama “quel nulla di inesauribile segreto” non morirà mai, ed è grazie ad esso che il sentimento poetico rimarrà tale, incontaminato dalla modernità.
La funzione elevata della poesia è sottolineata anche dalla poetessa anconetana Simonetta Giungi, la quale, nel corso della sua vita così travagliata e disturbata dagli eventi della quotidianità, trova nel verso il suo riparo, che si identifica con la fuga verso l’alto, al di fuori della dimensione terrena: “ quelli che iterarsi non sanno…se disimparano la terra…è perché amano il cielo soprattutto…muto ed immenso davanti ad ogni gesto”. Le parole vengono così a connotarsi come il rifugio del poeta, egli le deve salvaguardare dalla volgarità del mondo moderno, dalla sua spietatezza e materialità. Francesco Scarabicchi, poeta anconetano contemporaneo, esprime al meglio questo sentimento: “Porto in salvo dal freddo le parole…dico piano il tuo nome, lo conservo per l’inverno che viene, come un lume”.

La vera poesia, quella che non morirà mai, è dunque quella pura. Quella non influenzata dai rapporti di produzione, dai mezzi di comunicazione e dalla legge del mercato. E’ ciò che afferma Montale, convinto che la vera poesia non si estinguerà mai: “…se ci limitiamo a quella che rifiuta con orrore il termine di produzione…non c’è morte possibile per la poesia”.
Il vero poeta quindi, è colui il quale riesce a salvaguardare la pura anima della poesia pur rendendosi conto delle difficoltà che essa incontra nel suo rapporto con la società di massa. Anche se gli interessi della materialità e della monotonia quotidiana sono profondamente distanti dalle tematiche e dai sentimenti poetici, chi ama la poesia la saprà coltivare ugualmente, e chi non la ama imparerà ad amarla, dato che in fondo non si può di certo rimanere indifferenti di fronte ad essa. Basterà che la poesia riesca a mantenersi nel suo ambito idillico ed elevato, non confondendosi con il caos del mondo che la circonda e che cerca di permearla da ogni lato con le sue leggi e le sue condizioni di mercificazione. Se la poesia si conserverà pura e continuerà ad esprimere emozioni e sentimenti in grado di coinvolgere ogni uomo, allora si deve stare pur certi della sua immortalità.
Di una cosa bisogna esser convinti: la vera poesia non morirà mai.

postato da Francesco De Stefano

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