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Estera | Italiana
Diritto internazionale e ragione nazionale
[13/08/2006 18.22]
Gerusalemme ha annunciato che fermerà l’offensiva in Libano domani mattina, attorno alle sei ora italiana. L’annuncio, in sé e per sé, fa sospirare positivamente un mondo che non si può abituare alle scosse di paura che, dall’11 settembre 2001, sembrano cadenzare il passare degli anni più efficacemente dello stesso metro temporale. La situazione, in realtà, è di una complessità tale da non consentire nessun sospiro di sollievo. A sorpresa, Hezbollah resiste eroicamente all’invincibile armata israeliana ed ora sarà difficile immaginare un suo disarmo da parte dell’esercito regolare libanese. Per suo conto, Israele si ritrova a dover tentare di far convivere le sue forze armate con quelle ONU, che ancora non si è capito se si possano definire forze cosiddette di peacekeeping o di peaceenforcing o al contrario di peacemaking. Se, insomma, il cosiddetto intervento ONU legittimato dalla Risoluzione 1701 debba inquadrarsi nel capitolo VI o VII della Carta, cioè se si tratti di una soluzione pacifica o meno della controversia. In linea puramente teorica, è una distinzione decisiva, perché se si fosse in presenza di un Capitolo VI non sarebbe appropriato l’uso delle armi da parte della forza multinazionale se non in caso di attacco contro di essa.
E’ un dubbio che la Risoluzione 1701 non chiarisce e che forse fa bene a non chiarire per non sprecare energie. Perché è da quando esiste l’Onu, e con esso il diritto internazionale pubblico, che la Carta viene saltata a piè pari senza che nessuno al mondo sia in grado, per mancanza di mezzi concreti o peggio per mancanza di attributi, di punire in un qualunque modo lo Stato violatore. Già nel 1950, a distanza di soli cinque anni dalla stesura della Carta, gli USA mossero guerra in Corea nonostante il voto contrario della nemica URSS, diniego che, essendo l’allora Unione Sovietica Membro permanente del Consiglio di Sicurezza, secondo l’art. 27 della Carta avrebbe dovuto tenere a freno gli americani. Invece la guerra si fece lo stesso. Più recentemente, l’appoggio al Kuwait deciso nel 1990 a fronte dell’invasione dell’Iraq fu giustificato dalla necessità di sostenere uno Stato aggredito che aveva “chiesto” aiuto. Ci si inventò, poi, nel 2001, la teoria della guerra preventiva: attaccare prima di essere attaccati, una forma di reazione ad un’azione che non c’è, ma che ci potrebbe essere. Si trattò, logicamente, di uno dei tanti effetti del settembre nero dell’umanità.
La Carta non annovera, nel suo giardino, nessun tipo di piantagione chiamata “guerra preventiva”, così come imporrebbe ai Grandi della Terra di dar seguito coi fatti ad una risoluzione solo se a questa abbiano contribuito tutti i Membri permanenti. Cosa che è mancata nel 2003 all’alba della Seconda Guerra del Golfo, legittimata, secondo USA e Gran Bretagna, dalla successiva n. 1511 del 16 ottobre 2003 che, finalmente, gettava le basi per una partecipazione internazionale e dell’ONU alla ricostruzione politica ed economica dell’Iraq ed al mantenimento della sicurezza. La guerra, però, era bella che iniziata. Si diceva che fosse finita ad aprile, ma si sa come andò nella realtà: proprio da quel giorno 16 ottobre, in Iraq si scatenò una raccapricciante caccia all’uomo occidentale, culminata a più riprese con disumane esecuzioni e migliaia di famiglie spezzate.
Nessuna infrazione della Carta, come è facile immaginare, ha trovato seria ed adeguata punizione. Ce li vedete gli Americani boicottati dalla carcassa che galleggia sull’Atlantico dell’est e che risponde al nome di Europa? O forse l’embargo di crauti, crepes o spaghetti a carico della Gran Ruffiana, pardon, Bretagna?
Oggi l’ONU arriva, troppo tardi ma arriva. Ciò che ci si deve chiedere è: farà la sua parte sul serio o continuerà a non esistere di fatto, come finora ha dimostrato? Un esercito delle Nazioni Unite non esiste, e forse non potrà mai esistere. D’accordo, c’è la NATO, ci sono gli eserciti nazionali che, almeno per quanto riguarda l’Europa, possono accordarsi al più comodo tavolo di Bruxelles. Ma allora l’ONU che cos’è? E soprattutto: a cosa serve? Dalla nascita datata 1945 pare funzionare così: noi abbiamo scritto delle regole, ma siccome non operano automaticamente tra di voi, fate come vi pare; se non le rispetterete vedremo se punirvi o no, ma quasi sicuramente non vi succederà niente specialmente se avete tanti soldi ed un mare di petrolio. L’ONU non ha mai saputo intimare agli USA e a chiunque abbia mosso una guerra in modo illegale di fermarsi pena un provvedimento repressivo. Non lo può fare perché, fondamentalmente, non gode di un potere coercitivo sui singoli Stati membri. Allora sta ai Governi nazionali usare quel gran bel dono della natura che è la ragione.
La deve usare, in questo caso, anche Israele. Non è soltanto colpa sua, anzi, se si trova a dovere convivere con gli arabi da sessant’anni; non è solo colpa sua se non ancora è risolta la questione Palestinese; non è solo a causa sua se il Medio Oriente è ormai un centro sanguinoso di pulsioni collettive: esistono rancori nazionali e pregiudizi ideologici e razziali che non possono imputarsi solo ad Israele. Però, criticare l’azione del suo governo non significa e non può significare in nessun modo essere degli antisemiti. Come ben ha sottolineato Claudio Magris sul Corriere della Sera lo scorso 22 luglio, la Shoah, estranea al Medio Oriente, sembra essere divenuta una gigantesca ombra che copre qualsiasi azione di Israele, come una specie di ricatto morale: mi critichi? Allora sei antisemita! Criticare Olmert non vuol dire criticare gli ebrei, ed esprimere l’opinione che una guerra così è fuori luogo non equivale ad appendere una svastica alla finestra. D’Alema, nostro Ministro degli Esteri, ci ha provato con le parole, ineccepibili, “Quella di Israele è una reazione sproporzionata”, ma secondo la comunità ebraica di Roma quella frase ha ribadito, ancora una volta, che la sinistra italiana è filo-palestinese e che per Israele non esiste la speranza di trovare nell’Italia rossa un valido alleato. A parte il non trascurabile dato che l’Italia non deve essere allineata a nessuno, la risposta della comunità ebraica trasuda code di paglia e la solita psicosi post-Shoah. Israele gode di un indiscutibile diritto a vivere, ma non di un fantomatico diritto ad avere sempre ragione. Dal 1948 è uno Stato nazionale come gli altri, con dei confini politici, un governo, un esercito, una comunità. In assenza del fantasma ONU, che aleggia sopra al mondo da sessant’anni senza aver mosso una virgola affinchè il mondo placasse le sue ire, Israele deve fare i propri interessi, senza dubbio, ma anche comprendere che un tavolo è comunque meglio di un fucile, e che se anche il cannone o la bomba fossero l’unica forma di reazione possibile, essi non vanno adoperati sopra i bambini, perché i bambini non c’entrano mai niente. Speriamo che lo capiscano anche i parandi Caschi Blu dell’ONU. Speriamo che esista una ONU.

postato da Vincenzo Carusi
Commenti (1)
14/08/2006 da Mario Mazza
Criminali di guerra
Israele si è macchiato negli anni di numerosi crimini contro l’umanità. Ovviamente è uno stato che vive nella continua minaccia del terrorismo, ma se compie le stesse azioni dei terroristi non può certo aspettarsi che un altro Stato dia il suo appoggio incondizionato a queste azioni.
Se Israele si sente minacciato dall’Italia ”rossa filopalestinese” bisognerebbe anche spiegargli che c’è un motivo a questo, e si chiama genocidio, quello di cui è vittima il popolo palestinese.

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