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13 luglio 2006 Il carbone cinese ucciderà il pianeta? Uno dei prodotti da esportazione meno conosciuti della Cina, è un misto di fuliggine, gas serra e tossici che provengono dalle centrali elettriche a carbone e già nell’aprile di quest’anno, una densa nube di questi gas ha attraversato il pacifico, passando per la Corea, arrivando fino alle coste degli Stati Uniti.
Da dove nascono?
Nel più grande processo di industrializzazione di sempre, Pechino utilizza più carbone di USA, UE e Giappone messi assieme e ne ha aumentato il consumo del 14% all’anno negli ultimi due anni. Ogni 10 giorni viene costruito una centrale elettrica a carbone. L’incremento di gas serra supererà la quantità di tutte le nazioni industrializzate messe insieme nei prossimi 25 anni, oltrepassando di cinque volte i limiti imposti dal protocollo di Kyoto. Enormi aree nel nord della Cina sono state devastate dall’incredibile incremento dell’industria del carbone. L’inquinamento ha raggiunto livelli preoccupanti nella provincia di Shanxi dove la città di Datong, considerata la capitale del carbone, è una delle più inquinate al mondo, con un indice tale da consigliare alla popolazione di rimanere in casa il più possibile; d’inverno, poi, le persone guidano anche durante il giorno con le luci accese.
La Banca asiatica per lo sviluppo sta finanziando un programma per il controllo dell’inquinamento dopo che in questa provincia l’aumento di cancro ai polmoni e altre malattie respiratorie è stato vertiginoso negli ultimi vent’anni. Il biossido di zolfo prodotto dalla combustione del carbone contribuisce largamente alle 400.000 morti premature all’anno cinesi e inoltre causa piogge acide che inquinano le acque e le foreste. Il governo ha promesso la chiusura delle fabbriche peggiori e delle migliaia di miniere illegali dove sono concentrate le peggiori condizioni per la sicurezza e rischi ambientali. Nessuno però ha pensato alle centrali elettriche che sono la causa di metà dell’inquinamento.
Per ridurre l’inquinamento la Cina deve installare equipaggiamenti moderni che però sono prodotti in altre nazioni e qui nasce il problema. Infatti, ha sempre preferito comprare sistemi antiquati ma economici forniti da ditte nazionali che non comprare costosi macchinari esteri. In più, rispetto alle centrali occidentali, riescono a produrre meno elettricità a parità di emissioni inquinanti. La World Bank ha offerto 15 milioni di dollari per la costruzione di nuove centrali che permettano la trasformazione del carbone in gas prima della combustione, tecnologia più efficiente e meno inquinante.
Pechino, però, è riluttante a spendere ulteriori soldi pubblici preferendo difendere i prezzi dall’inflazione e creare nuovi posti di lavoro per una migliore stabilità sociale, in modo da avvicinare i suoi abitanti agli standard di vita dei paesi più ricchi. Inoltre, vorrebbe che ci fosse un trasferimento di tecnologie ma ditte come la General Electric, leader mondiale nella costruzione di questi impianti, hanno chiaramente negato la possibilità.
Molti esperti del clima, prima di preoccuparsi della Cina, non possono fare a meno di sottolineare che il cittadino americano medio produce 10 volte tanta CO2 rispetto ad un cinese. Ciò nonostante, il problema rimane.
Massimiliano Rossetti
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