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20 maggio 2006 L’Islanda la prima vittima? Perché parlare di un paese come l’Islanda, con una popolazione di soli 30 mila abitanti più di Venezia e della sua economia? Per il semplice fatto che lì è avvenuta una tragedia che è un sintomo dei tempi che forse ci attendono. L’Islanda era uno dei pochi stati europei nel quale l’economia cresceva con un ritmo del 6% annuo. Quello che però non bisogna dimenticare è quanto esposto nel primo paragrafo, ovvero che la popolazione su cui si calcola il PIL altro non è che quella di una città medio-piccola europea e non una nazione con milioni di abitanti. Ma tutti gli speculatori mondiali hanno cominciato, attratti dai numeri, ad investire in maniera notevole. Tanto più che non essendo vincolata nell’area Euro, la moneta offriva, per il denaro prestato, tassi d’interesse ragguardevoli, soprattutto rispetto ad altri paesi dove il denaro rende poco o niente come Giappone, Europa o Stati Uniti. Quindi cosa hanno cominciato a fare? A prendere denaro in prestito dove costava poco, tipo il Giappone, e a comprare titoli di stato/azioni dove invece costa tanto, cioè in Islanda. E tanto più denaro arrivava, tanto più gli interessi crescevano, poiché la banca centrale cercando di frenare l’enorme surriscaldamento dell’economia, adottava la soluzione classica di aumentare il costo del denaro. Ma più questo cresceva e più capitali arrivavano, tanto da raddoppiare il tasso di sconto in poco tempo. Insomma, tutto il mondo voleva prestare soldi agli islandesi, che li hanno accettati. Le famiglie, gli imprenditori, le banche nessuno si è tirato indietro. Anche gli stipendi sono aumentati così come il valore degli immobili, raddoppiati in due anni, e anche il valore del mercato azionario è addirittura quadruplicato, e gli investimenti sono aumentati nuovamente visto quello che rendevano case e azioni. Questo andazzo è andato bene fino a che, molto di recente, un’agenzia di rating ha espresso il dubbio che tutto quel debito non era più sostenibile. E a quel punto, i nostri cari speculatori mondiali hanno cominciato a tirare i remi in barca, incominciando a coprire solo per metà un obbligazione emessa da una delle tre banche dell’isola, pari a 1.25 miliardi di dollari. L’altra metà la deve coprire la banca stessa con soldi che non ha. Appena intuito il problema, si sono formate code di persone che volevano ritirare i soldi dagli sportelli, la moneta nazionale è crollata e anche il mercato azionario, e i nostri investitori nazionali hanno subito ritirato i loro capitali. Adesso, tutti i vari organi di controllo deplorano il sistema islandese e il suo folle boom. Il deficit è arrivato al 20% del Pil e potrebbe perdere un ulteriore valore compreso tra il 5 e il 10% nei prossimi anni proprio a causa di un enorme espansione del debito, del rapporto d’indebitamento e del rischio che non ha precedenti nel resto del mondo. Il risultato di tutto questo investimento di capitale alla fine si è risolto in: recessione, indebitamento impagabile e bancarotta in vista. Gli islandesi se non avessero avuto tanto denaro a disposizione sarebbero cresciuti in maniera naturale ma adesso li aspettano anni di disoccupazione e miseria. Come in tutte le guerre c’è sempre una prima vittima. Che sia stata proprio l’Islanda?
Massimiliano Rossetti
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