Cuore di Tenebra: Un viaggio verso l'orrore che non è poi così lontano
[08/05/2006 17.32] Sarò sempre la solita noiosa, ma continuo a consigliare libri e films; non perchè non mi renda conto di quello che succede attorno a me, ma perchè voglio capirlo meglio ed è proprio alla luce di questa continua ricerca che propongo a chiunque di leggere un libro davvero eccezionale di Joseph Conrad "Cuore di tenebra". Sicuramente è un libro che molti conoscono, ma vale la pena di riaprirlo e confrontarlo con la sensazione che stiamo vivendo da ormai molto tempo. La vicenda è raccontata ad un gruppo di persone di cui non si precisa l’identità, su un battello che scorre sul Tamigi. Il narratore è Marlow, un capitano, che, fin da piccolo, era sempre stato affascinato dalle zone inesplorate del nostro mondo e che, quindi, poco tempo prima, proprio per realizzare questo sogno infantile, aveva svolto un’esplorazione in Africa. Attraverso il suo racconto, così, ci è dato di conoscere l’atmosfera desolante dei campi di colonizzatori e del degrado e disperazione degli autoctoni. Infatti, Marlow, tramite conoscenze di una sua parente, è riuscito a farsi assumere da una compagnia britannica che sfrutta il commercio dell’avorio da queste zone remote attraverso individui senza scrupoli. Al momento del suo arrivo, dopo un viaggio lungo quasi un mese, Marlow fa la conoscenza del direttore della base principale, dove convergono tutti i carichi di merce e i cosiddetti “pellegrini”, cioè gli avventurieri europei. Mentre tenta di riparare il battello che gli è stato assegnato, non fa che sentir parlare di un addetto alla gestione della base più addentrata nella foresta, al di là del fiume che egli dovrà risalire, il cui nome è Kurtz. Quest’uomo viene elogiato come il miglior membro di tutta l’azienda, come il più produttivo e vicino agli interessi della compagnia. Si sviluppa, quindi, in Marlow, una sorta di curiosità-ammirazione che lo spinge ad accettare l’incarico di condurre un gruppo di imprenditori, attraverso pericolose zone, proprio alla base di Kurtz, nella speranza di incontrarlo. Man mano che il racconto procede, tra attacchi degli indigeni ed inconvenienti tecnici al battello, possiamo notare un’impazienza crescente nel protagonista, che vede nel suo incontro con “quell’uomo” qualcosa di misterioso ed incredibilmente affascinante. Finalmente, poi, il nostro capitano giunge alla base di Kurtz, viene accolto da un giovane russo, che viene paragonato ad Arlecchino a causa delle sue vesti rattoppate e che dà prova della forza di persuasione del capo della base, ma mostra anche i misfatti dello stesso. Dichiara che gli abitanti del posto venerano Kurtz, come una divinità e che le grandi quantità di avorio che egli è riuscito a recuperare provengono più che altro da saccheggi, fatti grazie alla “tribù” di cui si è messo a capo. Poco dopo, Marlow, perlustrando la zona con un binocolo, ha modo di cogliere con i propri occhi una dimostrazione dei metodi definiti “discutibili” dal russo: scene di orrore inimmaginabile, teste mozzate e appese a pali, forse di ribelli, indigeni con la pelle colorata da qualche strano trucco propiziatorio, che svolgono misteriosi rituali per il loro “dio”, e poi Kurtz stesso, malato, seguito da una miriade di indigeni in tenuta di guerra, con una testa tonda, lucida e braccia ossute, da sembrare la morte in persona. L’ammirazione, la curiosità, si trasformano in un sentimento misto di terrore, odio e disprezzo, ma allo stesso tempo c’è ancora una voglia di conoscere questo strano individuo, di instaurare un dialogo con lui, di sentirlo discorrere di poesia o d’amore, come aveva potuto apprendere dai racconti del russo. Il direttore che Marlow ha traghettato fin là, prende in mano la situazione e decide di riportare Kurtz a casa, in modo da ricondurre ai familiari quell’uomo, prima che qualcuno venisse a sapere dei misfatti da lui compiuti e che quindi infangasse il buon nome della compagnia. Durante il ritorno sul battello, conosciamo, insieme al capitano, un uomo in fin di vita e che formula dei discorsi veramente affascinanti, ma anche abbastanza folli, sui suoi piani e sulla concezione del potere, della morte, della vita. Affida, quasi in punto di morte, i suoi oggetti più cari, una foto della moglie e delle lettere, a Marlow, instaurando quindi una sorta di stretto rapporto tra loro. Muore, poi, un sera, senza far rumore, mormorando delle parole tremende, segno della sua insanità e del sogno macabro che ha vissuto fino a quel punto: “L’orrore, l’orrore…”. Il romanzo si conclude con la visita del capitano alla vedova, che si rifiuta di togliersi l’abito del lutto ed è visibilmente ancora inebriata del carisma del marito, ricordandone i progetti, la grandezza, l’onestà, ignorando totalmente il mostro che era diventato in quelle terre così lontane. Marlow fa la scelta di non alterare questo equilibrio fragile e illusorio, affermando tutto il contrario di quello che corrisponde a verità e confermando alla donna che le ultime parole del defunto non erano state quelle della sua ossessione, ma il suo nome. Il grande Francis Ford Coppola ha poi riadattato questo testo, facendone una trasposizione nella guerra del Vietnam e ne ha fatto il celebre "Apocalipse now", che consiglio di vedere nella versione "Redux" riedita poco tempo fa. Riassumendo, il film è alquanto significativo messo in relazione al romanzo poiché, innanzitutto, ricalca abbastanza fedelmente il testo ed inoltre perché si può affermare che entrambi siano espressione efficace della trattazione del tema della conoscenza di sé oltre i limiti conosciuti, fino ad un certo punto della nostra storia di occidentali; questo limite, una volta oltrepassato, spaventa fino ad inorridire.
postato da La Pasionaria
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