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19 aprile 2006 Rigoberta Menchù: una piccola grande donna Vi siete mai incuriositi vedendo, nelle prime file del “Pavarotti&Friends” o di qualche altra manifestazione a scopo benefico di grande spicco, una “donnetta” dai lineamenti sudamericani avvolta in coloratissimi vestiti e sempre sorridente? Sicuramente no, ma io sì… e visto che la curiosità quasi sempre paga, ho scoperto che quella “donnetta” ha collaborato con la Commissione per i diritti umani dell'ONU a Ginevra e dal 1986 è membro del Consiglio dell'ONU per i diritti degli indios, nel 1990 ha ricevuto il premio dell'UNESCO e nel 1992 è stata insignita del premio Nobel in riconoscimento della sua attività e del messaggio civile e di giustizia sociale che rappresenta. Per questo ho deciso di leggere << Mi chiamo Rigoberta Menchù >> di Rigoberta Menchù, un libro che porta alla scoperta delle tradizioni ma anche delle sofferenze del popolo indigeno guatemalteco. L’autrice con una biografia essenziale dai tratti semplici ma incisivi, ci fa entrare, oltre che nella sua storia, in tantissime altre fatte di fame, di sfruttamento, di lavoro massacrante nelle fincas, di sacrifici compiuti per rivendicare i propri diritti e anche di perdite di persone care per portare avanti questa causa. Sono descritti gli usi degli indios, chiaramente parlando delle tradizioni in uso nell’etnia di Rigoberta, l’etnia Quichè; quindi cerimonie per nascite, del loro significato e di come rendano fin da subito il bambino parte integrante della comunità, oppure come avviene un fidanzamento o come funziona una proposta di matrimonio, con particolari dolcissimi come ad esempio il continuo mettere l’accento dell’autrice sul fatto che non esistano matrimoni combinati o forzati. Ma, soprattutto, vengono descritte le sue dure vicende personali, una donna da sempre abituata al lavoro allo stremo delle forze, costretta ad assistere alla morte di ben tre dei suoi fratelli: uno, infatti, a causa della denutrizione, l’altro avvelenato perché i proprietari terrieri avevano cosparso la terra delle piantagioni con concimi velenosi mentre gli indigeni vi lavoravano, un altro ancora, appena sedicenne, accusato di essere comunista ed orribilmente torturato. Veramente profonda la descrizione della madre di Rigoberta, una donna autoritaria e molto combattiva che trasmette una grande forza ed è davvero una figura di riferimento nell’universo di disperazione della vita di questa famiglia. La Menchù, comunque, non fa mai della retorica, né idealizza alcun personaggio, anzi, ne sottolinea gli aspetti più quotidiani ed “umani” con affetto, come quando ammette che suo padre spesso usava le maniere forti se sbagliava, ma che lei, con sua stessa sorpresa, lo ha sempre stimato. Anche suo padre muore per far conoscere la situazione degli indios, durante la presa dell’Ambasciata Francese da parte di tutti i rappresentanti delle varie etnie. Appare chiaro un elemento: ribellarsi ai soprusi è molto difficile, anche perché tra le comunità esistono molte differenze di linguaggio, quindi è straziante cercare di combattere un nemico, che è oltretutto infinitamente più provvisto di risorse, senza capirsi. La cosa che colpisce è la maturità dei bambini indios; a tre anni già sono capaci di compiere molte delle mansioni cui i loro genitori sono dediti, compreso sopportare la fatica di alzarsi ogni giorno alle tre per andare a lavorare nelle fincas o nelle aldeas. Il popolo indigeno, inoltre, ha molto rispetto per la natura e prova disgusto nell’uccidere gli animali, un popolo pacifico, che però, è stato costretto, in molti casi, a mettere in pratica, le trappole dei propri antenati per uccidere i soldati che altrimenti avrebbero torturato e giustiziato altre persone. Interessante è il rapporto con i missionari e L’Azione Cattolica che rappresenta, secondo l’autrice, un ulteriore modo di esprimersi per le persone, non è assolutamente vista come un’imposizione, in quanto interpretata secondo le loro tradizioni. Certo, va fatta una distinzione tra chi non vuole avere problemi e si serve della religione per tentare di distruggere la cultura e l’unità del popolo degli indios, cioè, come li definisce la Menchù, gli appartenenti alla “chiesa dei ricchi”; e chi aderisce alla cosiddetta “chiesa dei poveri”, cioè quei sacerdoti che si sono resi conto che il popolo indio non è sovversivo, né violento, semplicemente lotta per riacquistare la propria dignità, per poter avere il necessario per vivere, un posto dove abitare e coltivare la terra. Molte persone hanno capito queste esigenze, ed hanno agito di conseguenza, fin quando la Chiesa ufficiale non li ha scomunicati. Rigoberta Menchù ci apre le porte del mondo indigeno, preservandone tuttavia i segreti. Svela le sue problematiche di donna, ma non troppo quelle di “donna-india”, come, ad esempio, il fatto di essere nubile, cosa che le crea un grande conflitto interiore; infatti, questa decisione è frutto della considerazione, che, nel caso che i gruppi paramilitari ancora attivi, dovessero uccidere anche lei, come è poi accaduto, in seguito, anche a sua madre, vuole sapere di non lasciare nessuno che soffre. D’altra parte le dispiace non avere la gioia di essere madre e moglie e, sicuramente, anche se non lo ammette, di dare il suo contributo al proseguo dell’esistenza indù.
La Pasionaria
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