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2 aprile 2006 In vino veritas. Ma solo in vino... 'Verità e politica' Allunga la vita e accorcia le gambe, dicono. Le stampe antiche la ritraggono zoppa e con una maschera in mano, a far ben intendere che la bugia ha due volti, doppia come il cuore di chi la dice, direbbe Agostino. Per amore o per odio, per coraggio o per viltà, per divertimento o per furbizia, per questi e per molti altri motivi si dicono le bugie. Mentire non è giusto, questo è da affermare fin dal principio, tuttavia di bugie piccole, grandi o medie è intessuta la trama del vivere sociale; se ne trovano tracce dappertutto: nella buona educazione, nei legami sociali, nella politica, nella medicina, nel giornalismo, nella religione. Tale onnipresenza di bugie nella vita dovrebbe creare in proposito un clima di indulgenza e di tolleranza e invece incontrano dappertutto una grande disapprovazione. Mentire è ritenuta una colpa grave, inaccettabile sia nei rapporti privati che in quelli sociali. Il tema è molto vasto, numerosi sono i meccanismi interni, le ragioni che la influenzano, molti sono coloro i quali hanno pronunciato qualcosa su di essa e altrettanti i campi in cui questa si presenta.
Il testo della Arendt, “Verità & Politica”, è un ottimo punto di partenza per poter sviluppare una breve analisi sulla menzogna da Platone fino a Orwell e Pirandello. La Arendt mette in risalto il rapporto dispotico tra verità e politica sotto lo spettro del totalitarismo. Arrivando alla conclusione che la menzogna è inevitabilmente usata nei regimi totalitari, i quali mirano a trascurare il dato di fatto e a fabbricare la verità sostituendo, attraverso la menzogna sistematica, un vero e proprio mondo fittizio a quello reale. Le menzogne politiche moderne si occupano efficacemente di cose che non sono dei segreti, ma sono conosciute praticamente da tutti e tendono a distruggere ciò che hanno deciso di negare. La menzogna tradizionale, invece, riguardava o dei veri segreti o delle intenzioni che non hanno sicuramente la stessa rilevanza dei fatti compiuti, tendeva quindi a nascondere più che a distruggere la realtà. Proprio per questo nella Grecia antica la menzogna non era vista come un’arma adeguata contro la verità e per questo si era molto tolleranti nei confronti di questa; Platone credeva che il governante poteva ricorrervi se necessaria al miglioramento delle condizioni statali, non certamente delle proprie, come avviene al giorno d’oggi. Con l’avvento della morale puritana e delle grande religioni, vi fu un cambiamento di rotta: le menzogne furono considerate peccati gravi. Ne è testimonianza il testo di S. Agostino, “De Mendacio”, nel quale viene sottolineata la peccaminosità di tutti i tipi di menzogne, eliminando ogni ambiguità e caso eccezionale: neanche salvare una vita viene considerata una giustificazione plausibile per mentire, rispondendo così alle mille domande che il Decalogo di Kieslowsky farà sorgere nelle coscienze cristiane più di milleseicento anni dopo.
Il ‘900 il secolo è degli “smascheratori”, di coloro che vedono il male di vivere, di coloro che si guardano intorno e capiscono, ma il più delle volte non condividono, il fatto che il vivere necessita dell’inganno, della menzogna, delle illusioni. Il ‘900 è l’anno in cui crolla ogni genere di certezza. L’uomo deve riuscire ad accettare che “Dio è morto”, che il tempo assoluto non esiste, che la guerra è un male perennemente incombente, che tutto è relativo. La relatività travolge l’uomo come un fiume in piena, si sente perso, si fa domande, non riesce a trovare delle risposte, tutte le sue azioni sembrano “assurde”, il mondo sembra assurdo. In questo clima, intellettuali quali Orwell e filosofi quali Arendt, della quale si è già parlato, tentano di uscire dal coro, e cercare la via della ripresa, della rivalsa, di un ritorno alla vita. Questo tornare a vivere, però, necessita prima di tutto che il velo oscuro che copre le cose e le nasconde all’occhio dell’uomo, sia squarciato, cancellato per sempre; la realtà deve apparire al mondo, anche se crudele, anche se scomoda, anche se triste, anche se apparentemente assurda…
Così Orwell, nemico accanito di ogni tipo di dittatura, suona il suo campanello d’allarme: “guardate cosa potrebbe succedere se continuiamo in questo modo”, suona più o meno così il messaggio di 1984. Un mondo basato sulla menzogna totale, il passato è cancellato e addirittura riscritto, il presente è vissuto senza nessuna restrizione legale, formalmente è permesso fare tutto ciò che si vuole, realmente poi, si va in galera per averlo fatto. Ecco cos’è la dittatura, un continuo controsenso, una perenne contraddizione, un’infinita menzogna. La denuncia di Orwell, è sporta quindi contro la menzogna politica, dal quale effetto distruttivo l’uomo spesso viene accecato e travolto da queste nuove verità le segue come ipnotizzato.
La denuncia di Pirandello, invece, è una denuncia privata e sociale al tempo stesso: l’uomo è costretto a mentire a sé stesso e agli altri, perché lui lo esige dagli altri e gli altri da lui. Il vivere sociale, infatti, necessita di indossare una maschera intessuta di autoinganni, false illusioni, vani miti: menzogne millenarie le chiamerebbe Nietzche; in un universo e in una società inesplicabili, tutto appare inessenziale; anche la persona, ridotta a una molteplicità di atti e di gesti mutevole, che è impossibile fissare in una prospettiva unitaria. Ciascuno è uno e centomila, e cioè, in pratica, nessuno. Invano si cerca di sovrapporre al libero fluire della vita «una forma», una personalità che servano a definirci, a possederci: questi fragili schemi vengono di continuo travolti, e il nostro io, la realtà quotidiana, sono soltanto apparenza multicolore, diversa per ogni persona che ci guarda e anche per noi stessi nel trascorrere del tempo, dello stesso istante; esse rivelano la loro reale inconsistenza soprattutto quando il dolore, la morte e il gioco cieco del caso distruggono le illusioni e mettono a nudo la vita.
A cosa serve mentire allora? Se mentendo non facciamo altro che distruggere noi stessi, gli altri, l’intera realtà circostante, perché continuiamo imperterriti a pronunciare promesse che sapremo di non rispettare, a voler infondere agli altri un’errata interpretazione di cose dette o accadute, a riportare false testimonianze? La bugia è distruttiva, va evitata; di casi eccezionali ve ne sono a bizzeffe ma per essere considerati tali, dovrebbero essere ricondotti all’oggettiva coscienza che, nel caso in cui scegliessimo di dire la verità, questa potrebbe avere un effetto ancora più devastante, non su di noi, ma su coloro a cui mentiamo.
La Scrittora
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