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19 febbraio 2008 Toghe rotte: un libro che evita i blablabla sulla giustizia Sarò breve. La giustizia in Italia non funziona; anche se funzionasse siamo così abituati a ripetercelo che neanche ce ne accorgeremmo. Allora le alternative sono sostanzialmente due: continuare a prenderne atto passivamente, tenendoci di scorta questa affermazione/presa d’atto per riempire i silenzi imbarazzanti delle tavolate natalizie o per fare conversazione sull’autobus, oppure cercare di capire meglio i come e i perché. Sulla base del principio molto in voga tra i giuristi, soprattutto riguardante l’analisi processuale dei testimoni, per cui: << Le frasi dette senza cognizione di causa, nella maggior parte dei casi si ritorcono contro chi le pronuncia, in un rovinoso “effetto boomerang” >>, o sulla base dell’altrettanto valida saggezza popolare, sarebbe molto meglio sapere cosa si dice. Ecco perchè è utile, oserei dire, senza esagerare, doveroso, leggere << Toghe rotte >> a cura di Bruno Tinti. Questo perché, innanzitutto, l’autore non è il primo opinionista da salotto, ma il procuratore aggiunto presso la Procura di Torino e di esperienza, di arrabbiature, di burocrazie e di ritardi ne sa sicuramente molto più del lettore medio. Inoltre, nel libro non troviamo solo le sue esperienze, ma quelle di molti altri “operatori della giustizia”, i quali sono da essa quotidianamente delusi, poichè le regole stesse che la formano, non li mettono affatto in condizione di farla funzionare, ma, anzi, di peggiorare la situazione. Se ancora si avessero dubbi sull’iniziare o meno la lettura di questo testo, basta sfogliarne le prime pagine: ci pensa una convincente prefazione di Marco Travaglio ad apportare più di una valida motivazione. << Non c’è un filo di retorica nelle pagine benedettamente sintetiche di Toghe rotte. C’è la vita quotidiana dei magistrati che, insieme a poliziotti, carabinieri, finanzieri, cancellieri e impiegati, tentano ogni giorno di amministrare la Giustizia a dispetto dei santi. Cioè dei Parlamenti, dei governi e fors’anche di una buona parte dei cittadini che di una Giustizia funzionante hanno una paura fottuta. >>
Chiaramente, è difficile, e anche improduttivo, descrivere in poche righe i punti salienti, che si individuano, poi, in maniera diversa a seconda della lettura che si porta avanti; per far capire l’immediatezza della tecnica usata è bene citare un caso su tutti, evocato come esemplificativo dallo stesso autore in alcune, recenti, interviste. Avete presente chi vende i cd cosiddetti “pirata”? Ci hanno insegnato, a suon di campagne pubblicitarie anche troppo drastiche, che questo è male; la legge punisce, infatti, questo abuso con la reclusione da uno a sei anni per chi vende direttamente, da due a otto per chi tiene una sorta di magazzino. Benissimo. Tutti d’accordo. Ma il falso in bilancio di una società quotata in borsa, per essere reato, deve superare una soglia di punibilità dell’1% del patrimonio netto; sapete di che cifre stiamo parlando? Non siamo certo nell’ordine di qualche centinaio di euro, ad esempio, la Fiat può avere un patrimonio netto di cento miliardi di euro… Facendo un calcolo, l’1%… Di sicuro, direte voi, per l’appropriazione di una cifra del genere, vista la pena data per dieci cd, ci sarà una sanzione appropriata… Certo! Appropriata al tornaconto di chi l’ha stabilita, ovvero, quattro anni di reclusione. Tutto ciò potrebbe anche non sconvolgere più di tanto (vista la disuguaglianza non capisco come, ma, insomma, il mondo è bello perché è vario), quello che è distruttivo è la quasi- certezza che, in ogni caso, il colpevole non sconterà mai i suoi quattro anni. Senza cadere in tecnicismi, vediamo perché. La Guardia di Finanza accerta un falso in bilancio, ad esempio, del 2005, dopo varie e approfondite indagini, nel 2007; gli incartamenti relativi non arriveranno sulla scrivania del Pubblico Ministero, fino a metà 2008; al momento in cui la Procura comincerà ad indagare saranno passati almeno due anni e mezzo, se non tre; gli ulteriori accertamenti saranno, poi, complessi, bisognerà fare delle rogatorie all’estero, “seguendo” il denaro, visto che è in esso che si trovano le prove del reato (teniamo, oltretutto, conto della lentezza della cooperazione giudiziaria internazionale, che, magari richiederà un altro anno o due). Se tutto va come nella norma, alla fine delle indagini saranno passati come minimo quattro anni e mezzo dall’accertamento; calcolando, inoltre, che il Tribunale fisserà il processo non meno di un anno dopo, arriviamo ai cinque anni e mezzo. Inevitabile sarà, perciò, la tanto attesa prescrizione del reato, la quale, se non arriverà in primo grado, arriverà sicuramente in secondo o in Cassazione. Ecco perché la giustizia non funziona: per l’incertezza della pena, per la massiccia incidenza della prescrizione, ma, soprattutto, per l’insofferenza al controllo della legalità da parte della classe dirigente. La giustizia non funziona perché la politica (tutta!) non la fa funzionare. Solo la politica, infatti, potrebbe intervenire sulle prime due cause del malfunzionamento giudiziario, con leggi apposite ed, invece, sembra remare contro; perché? Perché una giustizia rapida ed efficiente è una giustizia, per i più, scomoda. Certo è molto più facile straparlare accanendosi contro una magistratura-capro espiatorio. Liberissimi di continuare oppure di leggervi questo libro.
La Pasionaria
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