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10 luglio 2007
Giustizia sia fatta
Ieri, ad Appignano del Tronto, provincia di Ascoli Piceno, è iniziato il processo a carico del rom che, poco tempo fa, travolse e uccise con il suo furgone quattro ragazzini fra i 16 e i 18 anni, poiché versava in stato di ubriachezza. Il processo è stato rinviato a settembre, ieri le parti civili si sono costituite contro l’imputato e, dopo le vacanze, avrà luogo il dibattimento vero e proprio. Che, si spera, giunga ad una condanna giusta. Così non vorrebbe, diciamo ovviamente, l’avvocato di difesa che ha chiesto al PM un patteggiamento al fine di garantire all’imputato un periodo di detenzione minimo, anzi miserrimo. Il PM, gentilmente, ha rifiutato ed ora la parola passerà al giudice.
Quest’ultimo, ieri, è stato costretto a minacciare lo sgombero dell’aula a causa delle intemperanze dei presenti, molti dei quali parenti delle vittime. Imbufaliti, straziati e, comprensibilmente, sospettosi verso la Corte. La giustizia italiana, si sa, opera spesso male, e non solo a causa degli operatori suoi propri. Talvolta è costretta ad applicare norme assurde, altre volte proprio non ci arriva causa mancanza di mezzi, di tempo, di spazio.
In certi casi, però, la responsabilità è dei giudici che si defilano dal loro dovere di salvaguardare il principio della certezza della pena. Prova ne sia la considerazione che, nei casi simili a quello di Appignano, cioè di omicidi cagionati da incidenti stradali, i colpevoli si ritrovano fuori dalle carceri immantinente e dopo pochi mesi riacquistano il possesso della patente di guida, come quel camionista di Ortisei che, da ubriaco, ha provocato una serie incredibile di incidenti e di morti e, nonostante tutto, è ancora abile e arruolato alla guida del suo camion.

Non è per sostituirci ai giudici, non ne abbiamo la competenza né i titoli. Nel caso del rom, però, sarebbe bene che la legge venisse, di grazia, applicata senza alcun tipo di indugio, di scrupolo, di pietà. Si tratta di omicidio plurimo e, si badi, non colposo ma volontario. L’avvocato difensore vorrebbe il patteggiamento partendo dal presupposto che il suo assistito non abbia ucciso apposta, additando addirittura la scusante che aveva saputo della malattia della figlia e, quella sera, si sia ubriacato per disperazione. Può darsi che sia vero, ma una norma del codice penale esclude la sostenibilità in tribunale di questa teoria. E’ l’art. 92: “L’ubriachezza non derivata da caso fortuito o da forza maggiore non esclude né diminuisce l’imputabilità”. Vuol dire che quel rom, a meno che non abbia lavorato, quella sera, in una distilleria e di conseguenza assorbito i fumi dell’alcool senza colpa, non è scusabile. L’art. 92, coordinato con l’art. 90 che recita “Gli stati emotivi o passionali non escludono né diminuiscono l’imputabilità”, significa quindi che chi si ubriaca volontariamente, risponde di un eventuale delitto come se lo avesse commesso volontariamente.

Sarebbe il caso di finirla col lasciare impuniti i reati e mazziate le vittime degli stessi, sarebbe ora di fare giustizia. In un paese in cui un interdetto dai pubblici uffici dichiara che la sopravvenuta ineleggibilità con conseguente cacciata dal Parlamento è una decisione politica e non giuridica – detto da un avvocato, poi, è il massimo – sarebbe necessario riaffermare una buona volta l’inesorabilità della legge e la sua ineludibilità. Come sentenziò Bud Spencer, alias lo sceriffo Bambino nel primo “Trinità”, la legge, “per quanto possa sembrare strano, va rispettata”.
Vincenzo Carusi
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