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Beppe Grillo3 luglio 2007
Il Paese che perse la memoria
Il prossimo 8 settembre, nelle piazze di tutta Italia si terrà il V-Day, meglio conosciuto, dopo il discorso di Beppe Grillo al Parlamento Europeo, come Vaffanculo day, che rende sicuramente meglio l’idea. Il comico genovese, nell’operare la crasi fra D-Day e V for Vendetta, ha inteso fissare per quella data, scelta non a caso, il momento in cui il paese Italia si desti sul serio, dopo i lontanissimi fasti risorgimentali, per chiedere ufficialmente l’inizio dell’opera di disinfestazione del nostro Parlamento.
Sessantaquattro anni dopo la nauseabonda fuga di re-tentenna e consorte, accompagnati dal traditore Badoglio verso il sicuro porto brindisino previo scalo a Pescara, la protesta verterà sull’inopinata presenza nelle aule parlamentari democratiche di troppi pregiudicati, tra cui qualche abusivo in quanto interdetto perpetuo dai pubblici uffici. Stavolta, quindi, la fuga sarà richiesta a gran voce da quel che resta del popolo italiano.
Quella di Grillo è un’iniziativa che, per quanto populista possa apparire, rappresenta l’unica possibilità per dire basta a queste impresentabili sfingi, capeggiate da pochi giorni dal cineasta Veltroni che non perde occasione per parlare al solo scopo di smuovere l’aria, come del resto fa da una vita. Sarà l’unica possibilità per far del cul trombetta a una manica di affaristi demagoghi, che collocano la rivoluzione francese nel Rinascimento, che non hanno la più pallida idea di chi sia Garibaldi, ma che sono deputati a sfornare le cosiddette riforme del sistema scolastico e universitario. Sarà l’unica possibilità, dicevamo, perché il voto, ormai, non è indicativo più di niente. Un election day, in Italia, serve solo a stabilire quanti degli aventi diritto si sono turati la narice destra o sinistra dei rispettivi apparati olfattivi.
Iniziativa meritoria, quella di Grillo. C’è qualcos’altro, però, che questo maledetto paese non riesce proprio a fare. Non ci riesce, perchè ai politici di lungo corso sta bene così e anche perché i giornalisti preferiscono raccontarci a cosa si sono ridotte le giornate della povera Anna Falchi ora che il suo ex odontoiatra traballa sull’orlo del burrone, piuttosto che rinfrescarci una memoria storica che sta vieppiù scemando. Per il padrone e per chi è solito servirlo, la memoria è scomoda, ma che più scomoda non si può. Ci riferiamo ai morti di questo paese, a coloro che se ne sono andati per COLPA di qualcuno, a coloro che non ancora sanno perché e per colpa di chi, i loro cari non ci sono più, a coloro che i propri morti non li hanno potuti nemmeno seppellire.
Per fortuna che in Rai qualche anima pia ancora esiste, e corrisponde al nome di Giovanni Minoli e della sua troupe di Rai Educational, relegati in fasce orarie improponibili perché soliti proporre qualcosa di improponibile all’audience dei nostri tempi.
Il 27 giugno scorso, e Minoli ce lo ha ricordato alle 8 del mattino e all’una di notte, han fatto ventisette anni dalla strage di Ustica, quando un DC-9 della compagnia Itavia precipitò nel Tirreno attorno alle otto e mezza di sera. Si parla di strage perché ottantuno persone morirono non per cause naturali o per errore di un pilota d’aereo, ma perchè qualcuno, non ancora sappiamo chi nè lo sapremo mai, ha compiuto un crimine, o perchè lo voleva compiere, o perchè ne voleva compiere un altro, o ancora perchè si divertì a giocare alla guerra in tempo di pace. I giudici non sono riusciti a capire se si sia trattato di un attentato indirizzato proprio a quell’aereo, o se sui cieli di Ustica fosse in corso una guerra fra titani – USA e Libia sotto lo sguardo vigile dei sovietici e sotto quello sonnacchioso dei nostri politicanti – che colpì il bersaglio sbagliato.
L’inchiesta riguardante le cause della tragedia si chiuse con l’archiviazione, non essendo stato possibile arrivare a un misero nome. Questa nebulosità è frutto di depistagli, reticenze, false testimonianze, inquinamenti di prove per i quali, invece, un'inchiesta fu aperta benchè senza successo. Se qualcuno si è così strenuamente battuto per gettare polvere sull’accaduto, la conclusione a cui tutti, addetti ai lavori e non, sono giunti è che alcuni dei protagonisti avevano qualcosa da nascondere.
Esiste una serie sterminata di “perché” senza risposta, tra i quali, quelli più misteriosi sono: perché fu necessario attendere sette anni prima del recupero dei resti dell’aereo? Perché il registro del sito radar di Marsala mancava di una pagina strappata, guarda caso quella del 27 giugno? Perché non fu dato seguito all’allarme generale lanciato da due piloti dell’Aeronautica, Ivo Nutarelli e Mario Naldini, che erano in volo di addestramento la sera dell’incidente di Ustica presso l’aeroporto di Grosseto? Perché proprio quei due testimoni, il 28 agosto 1988, morirono a Ramstein, in Germania, a seguito della collisione in volo fra tre aerei delle Frecce Tricolori, e secondo fonti giornalistiche, l’8 settembre 1988, il colonnello Naldini avrebbe dovuto rispondere alle domande del giudice Priore in merito alla strage di Ustica? Perché tre ufficiali della torre di controllo di Grosseto, intercettati per caso la sera della tragedia, una volta interrogati, affermano di non ricordare quanto avessero detto in quella loro conversazione? Perché vi furono, negli anni a seguire, almeno quindici morti fra coloro che avrebbero potuto rivelare qualcosa, oltre ai due piloti morti a Ramstein? Perché alcuni di essi morirono suicidi, impiccati e ritrovati con i piedi a terra invece che penzolanti? Perché, il 1 febbraio del 1991 il maresciallo dell'Aeronautica, Antonio Muzio, venne freddato con tre colpi di pistola a Vibo Valentia? Egli, nell'80, prestava servizio alla torre di controllo di Lamezia Terme. Perché, il 2 febbraio 1992, il maresciallo Antonio Pagliara fu vittima di un incidente stradale? Nell'80 era in servizio a Otranto con funzioni di controllore per la Difesa Aerea. Perché, il 12 gennaio 1993, un testimone-chiave, l'ex generale Roberto Boemio, venne ammazzato a Bruxelles? Le modalità dell'omicidio coinvolgono secondo la magistratura belga i "servizi segreti internazionali": l'alto ufficiale aveva cominciato a collaborare su Ustica con la magistratura.
Successe poi qualcos’altro: un Mig 23-MS, missile libico, fu ritrovato sui monti della Sila, in Calabria, il 18 luglio 1980, esattamente ventun giorni dopo la strage. Secondo la versione ufficiale, quel missile cadde proprio il 18 luglio, ma dall’autopsia sul pilota risultò che egli era morto almeno quindici giorni prima. Il tracciato radar di Ciampino del 27 giugno mostrava qualcosa che volava vicino al DC-9 Itavia, e secondo alcuni esperti poteva trattarsi proprio di quel missile. Per questo motivo, fra il 1998 e il 1999, furono rinviati a giudizio alcuni alti ufficiali militari per alto tradimento, concretatosi secondo gli inquirenti in depistaggio e falsa testimonianza, ma fra il 2000 e il 2006 furono tutti assolti dopo le condanne nei gradi precedenti. Nel 2003, il colonnello Gheddafi, capo di stato libico e di certo nemico numero uno degli USA in quel periodo storico, affermò che il DC-9 fu abbattuto da aerei USA e propose la tesi per cui il vero obiettivo fosse proprio lui. Credibile, ma mai provato.
Così come niente è stato provato su quella strage; niente di niente, a nulla sono valsi gli sforzi della magistratura nel corso di ventisei lunghissimi anni. Gli imputati sono stati assolti; gli USA, ma guarda un po’!, hanno sempre respinto ogni addebito; i libici si sono proclamati vittime, equiparando la loro inesistente tragedia a quella occorsa ai nostri connazionali, tra i quali figuravano tredici bambini; risarcimento e giustizia negati a tutti i familiari delle vittime.
E l’Italia politica, ovviamente, ha fatto la parte della pecora. Prese di posizione inconsistenti, frasi fumose, spalle ricurve, teste sotto terra. Dalle parole di Fortuna Davì, moglie di una vittima: “Non ha diritto di reclamare la propria dignità, un paese che non dà degna sepoltura ai propri morti”.
Ecco perchè il V-Day, una sua logica ce l'ha.
Vincenzo Carusi
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