Bibimus, quia melius est
[14/06/2007 13.12] In questi giorni si parla tanto, a ragione, di crisi della politica, di trionfo dell’antipolitica il cui ultimo ed eloquente indizio starebbe nel forte astensionismo alle amministrative, di rigetto della Casta dei politici. Il dato allarmante, anzi desolante – l’allarme conduce a uno stato di allerta con cui l’italiano medio ormai rifiuta di convivere – è che, almeno da noi, la Seconda Repubblica (delle banane, n.d.r.) ha sancito la veridicità di una teoria da molti (quasi tutti) bollata come sovversiva: la democrazia è la più crudele delle illusioni, il più falso dei sistemi di governo, la più grande bugia mai raccontata ai popoli della Terra. Questa, oggi, non è più solo teoria. Per il nostro bene, dovremmo farla finita di parlare di politica, di analizzare un evento di rilevanza politica, di stabilire quali contromisure sembrino ad ognuno di noi le migliori per risolvere un problema politico, di autoconvincerci che a un problema corrisponda una soluzione, di credere che, con le persone giuste al posto giusto, si possa virare ed imboccare la direzione giusta, di adoperarci per il bene comune, inteso come bene pubblico e di rilevanza pubblica, cioè politica – da pòlis. Ovviamente, noi continueremo a parlare di politica, ad analizzare le porcate dei nostri rappresentanti, a cercare di spiegare quali, secondo noi, sono le possibili soluzioni ecc…Continueremo, ancora e nonostante tutto, a scandalizzarci degli scandali, come se l’ultimo caso-intercettazioni fosse lo smacco a una storia secolare, a un modo di essere e di pensare, a un preciso codice etico, alla cosiddetta superiorità morale della sinistra. Certo, quando raccontiamo la fiaba del brutto anatroccolo a un bambino, questo rimarrà profondamente deluso nel momento in cui scoprirà che se sei brutto lo sarai sempre; così, se ci è stata raccontata la fiaba di quella superiorità, avremo la tentazione di sentirci allibiti, delusi, sconsolati. Da chi? Da Massimo D’Alema? Dai DS? Non scherziamo, non ci possiamo credere, a questa fiaba che riserverà il classico finale a sorpresa, cioè il lupo che diviene la vittima di Cappuccetto Rosso e che, a reti unificate, cercherà di convincere i lettori che furono lei e sua nonna a mangiare lui con l’inganno. La vera favola della nostra realtà politica, un' amara, amarissima favola, è quella di Gioacchino Belli, classe 1791. “Li soprani der monno vecchio (1832)”: "C’era una volta un Re cche ddar palazzo mannò ffora a li popoli st’editto: - Io so’ io, e vvoi nun zete un cazzo, sori vassalli bbuggiaroni, e zitto. Io fo ddritto lo storto e storto er dritto: pozzo vénneve a ttutti a un tant’er mazzo. Io, si vve fo impiccà, nun ve strapazzo, ché la vita e la robba Io ve l’affitto. Chi abbita a sto monno senza er titolo o dde Papa, o dde Re, o dd’Imperatore, quello nun pò avé mmai vosce in capitolo. Co st’editto annò er boja pe ccuriero, interroganno tutti in zur tenore; e, arisposero tutti: E’ vvero, è vvero”. Ogni riferimento a Bellachioma è puramente casuale, perché si attaglia perfettamente anche a Baffino, a Grissino, a Latorrino, a Faustino, a Mastellino, a Rizzino. Basta sostituire un nano milanese di un metro e un barattolo, con uno struzzo – in qualsiasi senso – torinese di un metro quasi due; basta cambiare la erre moscia di “finanza cveativa” con quella di “spevequazione sociale”; basta regalare al bue muschiato di Ceppaloni un po’ di appeal sessuale e qualche peluzzo bianco in capa. Vedrete, dopo questo facilissimo esercizio, che non si troverà un briciolo di etica e di morale neanche a cercarlo con le lanterne. Troveremo solo un mare infinito di privilegi, di soldi, di clienti, di bugie, di infamie, di crimini. Come diceva quel Gioacchino Belli, “noi, se sa, ar monno semo usciti fori impastati de merda e de monnezza. Er merito, er decoro e la grannezza so tutta marcanzia de li signori. A su’Eccellenza, a su’Maestà, a su’Artezza fumi, patacche, titoli e sprennori; e a noantri artiggiani e servitori er bastone, l’imbasto e la capezza. Cristo creò le case e li palazzi p’er prencipe, er marchese e ‘r cavaliere (altro riferimento casuale, n.d.r.), e la terra pe noi facce de cazzi. E quanno morze in croce, ebbe er penziere de sparge, bontà sua, fra tanti strazi, pe quelli er zangue e pe noantri er ziere”.
postato da Vincenzo Carusi
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