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Vincenzo Visco1 giugno 2007
L'affaire Visco e il golpe
Il governo ha deciso di difendere il vice ministro dell’economia Vincenzo Visco, accusato dal generale delle Fiamme Gialle, Speciale, di aver messo indebitamente becco in affari che non lo riguardavano, cioè di aver proposto in maniera un pò troppo energica un plurimo avvicendamento di ufficiali a Milano. Il question time di ieri – perché non lo chiamino “tempo di domande” solo questi anglofili di basso livello lo sanno – è servito ai moribondi membri dell’esecutivo per scongiurare ogni ipotesi di allontanamento, o almeno di sospensione, dell’immarcescibile sceriffo di Nottingham, che da più di un anno lavora al servizio del moribondo numero due, cioè Tommaso Padoa Schioppa.
Fuori dal coro, la solita voce – sgrammaticata, ma un tantino più legalista delle altre – di Antonio Di Pietro che, come logica vuole, ha tratto dalla vicenda certe conclusioni, purtroppo differenti da quelle dei suoi colleghi. Se Speciale sostiene che il vice ministro Visco ha esercitato pressioni non consentite dal suo ruolo, mentre Visco risponde che di pressioni non ve ne sono state, uno dei due – come si dice – mente.
Visco è un personaggio strano. Innamorato dei tributi, da quando TPS è stato nominato ministro lavora alla sua ombra; un’ombra che mal lo ripara dalle radiazioni di un governo grottesco, che galleggia al limite del demenziale. Non si è esposto mai, in un anno abbondante, e quando lo hanno chiamato in causa si è immediatamente messo sulla difensiva, a urlare ai quattro venti che nulla ha avuto a che fare con la storia dei rimpiazzi a Milano. Visco non convince, solo se si pensi alle parole con le quali il procuratore generale Blandini ha liquidato la questione: “Dalla nostra indagine, dalla deposizione di Speciale e dall'esame degli altri finanzieri che abbiamo sentito non sono emersi gli estremi per una comunicazione di reato a carico di Visco. Questa valutazione è stata negativa per la semplice ragione che dalle parole del generale Speciale alla costruzione giuridica di un reato ce ne corre". Sembra voler dire: quello che ha riferito il Generale Speciale sembra essere vero, ma non è un reato.
Anche Speciale sembra non brillare in coerenza, dal momento che, se l’intervento di Visco lo avesse ritenuto un abuso, non avrebbe dovuto dare seguito all’ordine di trasferimento, essendo esso illegittimo. Quindi, può darsi che mentano un tanto a testa; di sicuro uno dei due non la dice tutta, e l’altro la dice sbagliata.
Il governo, però, maestro in solidarietà, appoggia il suo scudiero e esclude mozioni di sfiducia individuale. Chiediamo a Prodi & co., che cosa debba emergere per indirizzare un membro di governo qualsiasi non dico a dimettersi, ma a sospendersi. Intendiamoci, non ci si deve meravigliare di nulla, considerata la mole di condannati definitivi che siede tuttora a Montecitorio e Palazzo Madama, però ogni volta che la storia si ripete, viene spontaneo chiedersi da che razza di persone siamo rappresentati e guidati.
Di Pietro non cede, e ribadisce la richiesta di autosospensione di Visco, in attesa di sviluppi. Questo dovrebbe fare un comune mortale, ma Visco, forse, non lo è. Così come non lo è un altro moribondo, che per chi scrive si può considerare già morto, benchè ancora deambulante. Clemente Mastella, ovvero colui che da ieri sospetta che dietro la tirata moraleggiante di Di Pietro ci sia un golpe che bolle in pentola con a capo i futuri diarchi, lo stesso Tonino e Silvio Bellachioma.
Si chiede in questa sede a Mastella se gode ancora della capacità di intendere e di volere, perché sembra proprio di no. In questo paese può darsi tutto, è persino possibile che Di Pietro stia sul serio pensando a una Seconda marcia su Roma, con a fianco Silvio nelle vesti di Italo Balbo. Tutto è possibile in Italia.
Mastella, però, non avrebbe diritto a ricoprire un qualsivoglia dicastero, non avrebbe diritto di parola per vari motivi. Il primo, è che un ricattatore che minaccia di far cadere il governo un giorno sì e l’altro pure se non fa quello che vogliono i suoi tre senatori – cioè lui -, non può sospettare colpi di stato da parte di nessuno e non è credibile come cane da guardia del governo.
Il secondo, è che non può dire, Mastella, che a Visco “si può anche dare una strigliatina…ma preferirei che le strigliatine tra di noi ce le facessimo nel chiuso della nostra casa”, perché la questione riguarda un essere che ha finito giusto a dicembre di seppellire il paese sotto una discarica di tasse, insieme al capomastro TPS. Se quell’essere abusa del suo ufficio, noi lo dobbiamo sapere perchè non è una questione interna alla sinistra, ma un affare di rilevanza nazionale.
Il terzo, è che Mastella avrebbe dovuto da tempo rassegnare le SUE dimissioni da ministro della Giustizia, perché ha fallito miseramente su tutta la linea, causa immensa incompetenza, approssimazione, dabbenaggine, populismo. Suo figlio l’indulto si è rivelato un boomerang che più avvelenato non avrebbe potuto essere. I reati sono aumentati, una fetta consistente dei liberati è tornata a delinquere, le strade sono meno sicure, il problema delle carceri non si è risolto perchè molti di quelli usciti vi sono rientrati. Un capolavoro. Per non parlare delle nasciture riforme al sistema giustizia, dalle quali emergerà tutta l’insipienza di Mastella nel maneggiare un codice, nel capire lo spirito di una norma, nel considerare da quali immensi problemi sia affetto quel sistema.
Ripetiamo, quello che sta preparando Di Pietro potrebbe essere un golpe. Di sicuro, in qualità di “campagna moralistica” per citare Mastella, è una buona campagna perché un briciolo di etica pubblica, da un potere pubblico, è più che lecito attendersela.
Vincenzo Carusi

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