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Filosofia26 aprile 2007
Insegnare a filosofare
Di fronte alla parola “Filosofia” le nuove generazioni assumono un atteggiamento sempre più diffidente, se non addirittura di indifferenza. L’opinione comune che induce un adolescente a rifiutare l’approccio con un cammino di studi a sfondo filosofico si basa sul fatto che la Filosofia è ritenuta una disciplina che non serve a nulla, che sconfina nel baratro della disoccupazione e che porta l’uomo a sviluppare tutta una serie di riflessioni e ragionamenti che lo rinchiudono in un orizzonte impenetrabile e troppo lontano dalla quotidianità dell’esperienza umana pratica.
Niente di più sbagliato.
Il fatto è che la Filosofia, nel momento in cui nasce, in Grecia, si configura come lo sviluppo naturale e spontaneo delle istanze più proprie dell’essere umano: razionalità, intelligenza, curiosità, meraviglia…in definitiva, amore per il sapere. Ma questi elementi non si proiettano affatto in un mondo immaginario, attraverso una speculazione arida e sterile priva di ogni contato con il reale e con le esigenze di ogni giorno. Anzi, è proprio la Filosofia a ricercare continuamente quelle risposte esistenziali che nascono dalle comuni esperienze di ogni individuo, e che per questo unificano tutto il genere umano in quanto tale.
La Filosofia non può e non deve assolutamente essere estraniata dalla vita, ed è per questo che anche il suo insegnamento va ben oltre quel vacuo nozionismo e quella meccanica pratica mnemonica che contraddistinguono molto spesso l’insegnamento delle scuole Superiori ma anche purtroppo quello universitario.
La Filosofia, proprio perché nasce dal dialogo tra gli uomini (basta pensare a Socrate), non può essere ridotta ad una mera trasmissione verticale del sapere, dove l’insegnante assume una posizione di egemonia e infonde agli alunni un’erudizione precostituita e priva di ogni riscontro dialogico, attraverso un noioso elenco di nozionismi che non fa altro che affievolire ogni tipo di passione ed interesse.
Il sapere filosofico deve cambiare radicalmente la vita di chi si accosta ad esso, deve poter produrre cultura, e non essere il veicolo di un vano insegnamento dominato e regolato dalle opprimenti leggi burocratiche che invadono il mondo amministrativo dell’istruzione. La Scuola, l’Università, devono essere lo stimolo e la guida culturale e allo stesso tempo esistenziale dell’alunno, ed è per questo che soprattutto nello studio della Filosofia egli non deve assolutamente essere “alienato” rispetto a ciò che si trova davanti, proprio perché la Filosofia riguarda l’uomo nel suo aspetto più intimo.
La Filosofia non può essere insegnata come vengono insegnati un teorema geometrico, una legge della Fisica o un principio della Biologia, proprio perché altrimenti se ne tradirebbe la genesi e quindi la sua natura più propria.
Se la Filosofia deve essere diminuita da improduttivi schemi scolastici a mero insieme di nomi, date, vuote nozioni, ecco allora che sarebbe meglio non insegnarla affatto, e lasciare coloro che se ne vogliono avvicinare per pura passione alla lettura autodidatta e diretta dei testi, gli unici in grado di far respirare propriamente lo spirito filosofico della riflessione, del giudizio, della domanda.

Ci troviamo dinanzi ad una situazione in cui l’insegnamento della Filosofia allontana paradossalmente l’alunno da essa, poiché egli si sente angustiato da uno studio forzato che non lo stimola e lo costringe ad assuefarsi a verità precostituite che gli vengono inculcate senza alcun vaglio critico. Se poi aggiungiamo a questo il fatto che già di per sé le nuove generazioni nascono da un contesto in cui la razionalità pura è sempre più soffocata dal calcolo utilitaristico e dalla determinazione economica, ecco che la riflessione filosofica si trova ormai in un mondo che non le appartiene, o meglio è oppressa da un atteggiamento che ne elimina ogni valenza superiore per ridurla a puro strumento di ascesa nella società.
E’ quello che succede nelle Università, dove lo studio della Filosofia è scandito dall’imbarazzante sistema dei “crediti”, che del resto ormai fa da padrone in ogni campo dello studio universitario, cosicché l’alunno, che non vede l’ora di terminare gli studi per poter “finalmente” lavorare e guadagnare soldi, è tutto concentrato nel calcolo e nella strategica composizione delle varie materie, in relazione al punteggio che esse fanno conseguire. Tutto ciò sminuisce ciò che veramente dovrebbe stimolare lo studio, ovvero la passione, l’interesse, e la voglia di cambiare profondamente la propria esistenza con uno studio che non abbia come fine supremo motivazioni occupazionali bensì la grande soddisfazione personale, scaturita dalla ricchezza che la Filosofia può realmente apportare alla vita, la quale a sua volta può offrire veramente tanto alla speculazione filosofica.

Ecco allora che la vera Filosofia è dialogo, è confronto, è rispetto delle opinioni altrui, ma è soprattutto crescita e condivisione. L’insegnante allora dovrebbe stimolare la razionalità degli alunni dall’interno, e non appiattirla con conoscenze esteriori che piombano su di essa senza la possibilità di essere criticate e assorbite in maniera significativa e veramente produttiva.
Il nozionismo non serve a nulla, e anzi deprime una disciplina che non può fare a meno del contatto con gli altri, un contatto profondo e sincero che la nozione eretta a dogma non deve assolutamente contaminare.
Francesco De Stefano
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