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12 aprile 2007 In morte di Kurt Vonnegut: addio triste lunedì “Adesso Kurt è lassù in cielo che ci guarda”. Kurt Vonnegut Jr era il presidente onorario della Società degli Umanisti, i Liberi Pensatori, ruolo già ricoperto prima di lui da Isaac Asimov. I Liberi Pensatori sono atei e non credendo in un principio divino ritengono che il compito dell’uomo sia quello di servire l’unico ente che riconoscono: la società umana. “Adesso Isaac è lassù in cielo che ci guarda” è la frase che pronunciarono al servizio funebre di Asimov e Vonnegut riteneva fosse la cosa più spiritosa in assoluto che si potesse dire al funerale di un ateo. Più che compilare una insipida e riduttiva lista delle sue opere, magari accompagnata dal solito riassunto protobiografico, meglio tentare di dire adesso alcune cose di lui che sono state colpevolmente taciute in altre sedi. Vonnegut era uno scrittore. Questo è molto più di quanto si possa dire della quasi totalità di scriventi che attualmente compongono il panorama letterario mondiale. Aveva iniziato a scrivere in un periodo (ormai dimenticato) in cui un autore veniva pubblicato per il suo effettivo talento e non per chi era stato in tutt’altro campo o per le persone da cui aveva divorziato. Era un’epoca d’oro e gli editori erano splendidi titani che si compiacevano nel diffondere la Letteratura. Il Codice da Vinci e l’ultima raccolta di Barzellette su Totti erano possibili, ma veniva considerato universalmente vergognoso per una casa editrice arricchirsi con pubblicazioni di quella risma: confezionare efficienti stronzate poteva fare di te un uomo ricco, uno scrittore mai. Kurt Vonnegut non si guardò l’ombelico e fece quello che ogni artista vero ha fatto nel corso dei tempi, tenendo lo specchio alla natura e mostrando all’uomo come egli apparisse all’esterno (e non come aveva il bisogno di sentirsi). Nel farlo inventò uno stile suo proprio, con cui illustrare una poetica, in una parola costruì un’antologia. Non ricevette premi prestigiosi e anche adesso che è morto nessuno lo insegnerà mai nelle scuole, perché nel fare la sua arte usò un paradigma molto vicino alla fantascienza (ma è sbagliato definire il suo lavoro fantascienza, almeno nel senso comune del termine, chiunque ha familiarità con le sue opere converrà con questa opinione). La fantascienza, come il fantasy, emana un odore che è insopportabile per la critica ufficiale (dai tempi di Beowulf e Grendel, grossomodo): chiunque voglia dedicarsi a questi generi faccia pure ma non speri sull’attenzione delle Accademie. È sopravvissuto (letterariamente parlando) grazie ad un silenzioso e meraviglioso esercito di librai e (soprattutto) bibliotecari, che non si sono piegati alla censura che determinati ambienti (artistici e religiosi ma anche politici, nell’ultima parte della sua vita) avrebbero voluto drappeggiare su di lui. Come tutti gli uomini veramente Grandi aveva la divina capacità di non prendersi troppo sul serio e anche ora che si sentiva vicino alla fine, dalle colonne del contestatissimo “In These Times”, scherzava sulla sua età e chiedeva alla gente di evitare di fissarlo perché non riusciva più a fare un parcheggio in retromarcia come Cristo comanda. All’età di 84 anni è morto come muoiono i vecchi, dopo che era caduto nella sua casa di New York. Lui che aveva resistito al bombardamento di Dresda e ne aveva tratto parole che sarebbero vissute per sempre. Fumava e beveva, voleva fare causa alla Pall Mall perché ancora le sigarette senza filtro non l’avevano ucciso come avevano promesso sui pacchetti. L’egoismo della condizione umana ci fa piangere i defunti non perché li amiamo, ma perché abbiamo il bisogno di essere ancora amati da loro. Certo è che la consapevolezza di aver perso l’ultimo vero scrittore ci confina in una solitudine dalla quale è difficile trovare riparo, nella tetra certezza che adesso non ci sono più pazzia e azzardo e che le parole che sembravano esserci per tutti adesso sono improvvisamente finite. Adesso che Kurt è lassù in cielo che ci guarda.
Marco Luzzi
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