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5 aprile 2007 Finché morte non vi separi Mutevolezza è una parola che mal si concilia con il famoso “per sempre”. Così, in una società in continua evoluzione, in un mondo in cui tutto cambia senza lasciar spazio alle obiezioni, risulta un po' difficile concepire un legame eterno. Ultimamente si è molto dibattuto sul senso della famiglia e sul valore del matrimonio. Si è parlato di fede, valori, di convivenza, “Pacs”, “Dico”, di tutte quelle forme alternative di “focolare” che reclamano i propri diritti. Eppure nessuno, ancora, ha un'idea precisa su cosa sia giusto in assoluto, su quale sia oggi il significato di famiglia. Una volta era tutto più chiaro e definito; c'erano regole sociali, valori condivisi o comunque imposti e i ruoli erano stabiliti una volta per tutte. La donna a casa ad accudire i figli e preparare il pranzo, l'uomo al lavoro per trovare i soldi con cui andare avanti. Ognuno veniva rigorosamente educato a stare al suo posto e lo scandalo, la “diversità”, di qualunque genere essa fosse, non era concepibile; era condannabile. Ecco, condannabile. Il tempo è passato e oggi nessuno pensa, o meglio dovrebbe pensare, di aver il diritto di puntare il dito e giudicare. Le generazioni negli anni si sono evolute e ribellate ad un sistema che imponeva senza spiegare e puniva senza capire. Il problema è che questa rivoluzione, forse, è andata a sconfinare nell'eccesso opposto. La troppa libertà ha portato egoismo e si sa che l'estremo amore per l'”io” non va molto d'accordo con il “noi”. Se un tempo si facevano fin troppi sacrifici per la famiglia, se le nostre nonne accettavano tradimenti e maltrattamenti per il bene dell'unione, oggi non esistono più nemmeno i termini “pazienza”, “condivisione”, “costanza”. Bisogna ottenere tutto subito, si scappa dalle difficoltà e le responsabilità sono strani mostri verdi con un occhio solo. La donna non ha più il valore della verginità e l'uomo non se ne preoccupa tanto. Così, cambiando i presupposti, stravolti i principi di partenza, anche le parole “amore” e “fede” sono irriconoscibili. Il sesso non è più un tabù e la Chiesa non ricopre, oggi, quel ruolo di guida indiscussa che era una volta. Gli affari privati non si raccontano al prete, ma all'analista. Forse perché si cerca comprensione più che assoluzione o forse perché non va di moda credere in Dio. Dio e Chiesa. Altro problema cruciale. “Credo in Dio, ma non nella Chiesa” oppure “Vivo la fede a modo mio”. Quante volte si sentono questi discorsi. E poi il matrimonio. Contratto per tutelarsi legalmente? Unione da consacrare di fronte a Dio? Oggi la scelta non è solo tra convivenza e matrimonio. Oggi bisogna capire anche quale significato assume il matrimonio. Civile o religioso? Con significative distinzioni tra Nord e Sud Italia, negli ultimi anni il Comune ha visto sempre più persone e la Chiesa sempre meno. Qualcosa è cambiato, ma i pareri sono discordi. Così tra giovani e meno giovani le opinioni sono varie e tutte, a loro modo, valide.
Greta Mugianesi 35 anni Attualmente sono abbastanza pessimista riguardo al matrimonio e più propensa per una convivenza. Uno dei fattori determinanti è il forte condizionamento dovuto dal numero sempre più grande di coppie in crisi che mi circondano. Forse coppie che hanno preso il matrimonio con leggerezza oppure non più disponibili alla tolleranza e al sacrificio. L'altro motivo è legato alla mia autonomia: ho 35 anni ed il fatto di vivere da sola, di avere un'indipendenza lavorativa, economica e sociale mi porta purtroppo sempre meno a riuscire a scendere a compromessi, previsti invece in un rapporto di coppia. Forse la mia rimarrà una soluzione semplicistica, ma in un rapporto vorrei sempre avere modo di tornare indietro e poter scegliere come condurre la mia vita, cosa che, con un legame come quello del matrimonio, è impossibile!
Cristina Piemontese 21 anni Quando penso ad un mio futuro matrimonio, la prima cosa che immagino è una chiesa e due persone che decidono nella buona e nella cattiva sorte, di trascorrere il resto della loro vita insieme e hanno bisogno di dichiararlo davanti al Signore. Da quanto detto posso sembrare o bigotta o una ragazza che tiene alla formalità...non è così. Sono una ragazza credente e molto tradizionalista, la mia esigenza (interiore) di sposarmi in chiesa, è dovuta al fatto di voler consacrare il mio matrimonio davanti al Signore, è come se mi sentissi più completa e sicura. Non condivido l'idea di un matrimonio solo civile ma non escludo l'idea di una convivenza prematrimoniale, utile per conoscere tutte le abitudini del proprio partner. Sono convinta che poche persone la pensino come me, ma questo dipende anche dalla famiglia e dall'educazione ricevuta.
Lorenzo Ricci 22 anni Sono per la convivenza. Non perché io sia in alcun modo contrario al matrimonio in se (scelta che rispetto massimamente), ma perché sono convinto che, al giorno d’oggi, bisogna prendere atto che la famiglia per essere tale non ha bisogno di legittimazioni di carattere giuridico e ancor meno di carattere religioso. La famiglia è tale nella misura in cui vi sono presenti l’amore, il rispetto, la voglia di convivere e di collaborare tra tutti i componenti. Per stare insieme felicemente queste sono le cose che contano davvero, non le vuote formule recitate a memoria per consuetudine. Le autorità politiche ed ecclesiastiche dovrebbero aprirsi e riconoscerlo, operando per migliorare le condizioni di chi ha fatto questo tipo di scelta.
Margherita Moretti (una simpatica nonna) Considero il matrimonio (civile o religioso) tra uomo e donna come l’unica vera forma d’unione. Scegliere il matrimonio significa accettare determinate responsabilità che chi preferisce convivere evita. Infatti scopro, soprattutto dalla televisione, che ci sono molte coppie che convivono da anni, hanno figli e vivendo bene così si domandano “perché sposarsi?”. Si tratta di una diversa mentalità. Ma l’impressione che ho è che accettare una proposta di legge sulla convivenza sminuisca il valore del matrimonio. Ci si deve sposare per essere una coppia vera.
Stefano Sebastiani 20 anni Sono a favore del matrimonio civile per tutti i tipi di coppie, se proprio è necessario specificare la qualità della coppia. Vedere la propria unione garantita e tutelata dallo Stato, mi sembra la condizione migliore per due persone che si amano e vogliono vivere condividendo diritti e doveri. E soprattutto rappresenta un genuino segno di civiltà. Trovo i DICO, invece, un compromesso del governo, guidato dal tradizionalismo cattolico. Inoltre la definizione di garanzie e diritti per i conviventi, in maniera tanto vaga e relativa a una serie di condizioni, suona come una forzatura che inciampa sulla via delle riforme.
Silvia Saccomanno
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