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Il Torino non è morto: è soltanto 'in trasferta'
[04/05/2011 12.29]
« Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto "in trasferta". » [Indro Montanelli]

Un volo diretto che li portò dalla storia alla leggenda. "Le cose belle spesso hanno un prezzo" e a volte anche le vittorie e le conquiste.

In un periodo in cui l'Italia si stava risollevando dalle ferite della guerra, dall'umiliazione del fascismo e dalle catene tedesche, fu lo sport a riportare il sorriso, la voglia di rincominciare, l'energia per sentirsi ancora in corsa con gli altri paesi europei.

Sono gli anni del dopoguerra e i nomi marchiati di positività e rivincita sono quelli di Gino Bartali e Fausto Coppi che nel ciclismo riversano tutta la loro rabbia e potenza, ma anche i nomi degli "eroi" del Grande Torino che nel campionato del 1947-1948 incanta le platee di tutta Europa conquistando ogni stadio in cui si presenta.

Lo sport quindi come rivincita e spirito di unione nazionale, si combatte ancora ma questa volta su due ruote in strada inseguendo la libertà e in un campo verde tirando calci a un pallone come a voler bombardare a colpi di speranza e vita la storia che aveva massacrato il paese e la sua gente.

Campionato 1948-1949 il Toro si presenta ancora una volta vestito di vittoria e conclude il girone di andata in cima alla classifica pari merito con il Genoa. In programma il 3 maggio un'amichevole a Lisbona contro il Benefica, organizzata dai due capitani Valentino e Ferreira per festeggiare l'addio al calcio del capitano portoghese. La gara contro il Benfica fu una vera amichevole, la formazione granata sconfitta 4-3 con grandi applausi al capitan Ferreira che abbandonava il calcio, in uno stadio gremito da quarantamila persone.

Il giorno seguente, il 4 maggio 1949, la squadra si imbarca sull'aereo L-ELCE che da Lisbona li avrebbe riportati a casa. Il tempo era pessimo, con nuvole basse e pioggia battente. L'aereo ebbe il tempo di contattare per l'ultima volta la stazione radio prima dello schianto contro il muraglione del terrapieno posteriore della Basilica di Superga sulla collina torinese. Erano le 17.03.

I giocatori: Valerio Bacigalupo, Aldo Ballarin, Dino Ballarin, Emile Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Piero Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti, Giulio Schubert e gli allenatori Egri Erbstein, Leslie Levesley, il massaggiatore Ottavio Cortina con i dirigenti Arnaldo Agnisetta, Andrea Bonaiuti ed Ippolito Civalleri.

Morirono inoltre tre dei migliori giornalisti sportivi italiani: Renato Casalbore (fondatore di Tuttosport), Renato Tosatti (Gazzetta del Popolo) e Luigi Cavallero (La Stampa) ed i membri dell’equipaggio Pierluigi Meroni, Celeste D’Inca, Celeste Biancardi e Antonio Pangrazi.

In tutto le vittime furono 31 e il compito più difficile fu affidato a Vittorio Pozzo, che dovette procedere al riconoscimento delle salme dei suoi ragazzi.

"Di quella grande squadra si salvarono solo tre giocatori che per svariati motivi non parteciparono alla trasferta portoghese: il secondo portiere Renato Gandolfi che cedette il posto a Dino Ballarin, Sauro Tomà infortunato al ginocchio e Luigi Gandolfi, un giovane del vivaio granata. Si salvarono anche Ferruccio Novo, alle prese con una brutta broncopolmonite, ed il grande telecronista Nicolò Carosio che rimase a casa per la cresima del figlio."

La stagione calcistica non si fermò e fu portata a termine dalla formazione giovanile del Toro che disputò le restanti altre quattro gare contro le relative formazioni giovanili delle squadre avversarie. Vinsero tutte le partite e il campionato chiudendolo a 60 punti con 5 punti di vantaggio sull'Inter, seconda in classifica.

Il Grande Torino non c'era più, ma i suoi tifosi sono ancora presenti e lo ricordano ancora oggi, a 62 anni dalla tragedia, salendo a Superga che per qualche ora si colorerà dell'indelebile rosso granata.

postato da Lorena Giusio

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